L’Oca Sapiens mi chiede nei commenti se questo bordello è una casa chiusa. Lo è. Sapete bene che internet è una vita da cani. Quindi, un anno di un blogger equivale a sette anni di un essere umano. E sono ormai cinque anni che giro su internet. Quindi, sono arrivato a 35 anni di contributi e vado in pensione. Tornerò giusto ogni tanto per qualche consulenza in nero.
Parlo di “bordello” per sfottere Sandro Fusina, commentatore di “Il Foglio”, che nel numero di sabato scorso mi qualifica come “tenutario di un bordello autogestito, cioè un blog” (fate partire lo scroscio di risate). Fusina mi bersaglia per caso, almeno credo. Deve essersi imbattuto in questo mio vecchio post mentre cercava notizie su Franco Cordero, e ha deciso che quel post meritava un’analisi sulla stampa nazionale. Avrei preferito finire sotto i riflettori in circostanze migliori, perché quel post era frettoloso e conteneva un errore (il “romanesco”). D’altra parte, i riflettori sono così: si accendono sempre quando sei in mutande.
Il tema del post era una frase di Franco Cordero in un articolo di Repubblica.
Nel dialetto subalpino circolava una metafora romanesque: “l’hanno cambiato a balia”; forse lo dicono ancora d’uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e relativa sapienza vanno estinguendosi); l’ubriacone diventa asceta, il codardo compie gesta eroiche et similia.
Questa frase – che trovo brutta – mi aveva suscitato cinque domande. La prima:
Cos’è il “dialetto subalpino”? Nella pianura padana di dialetti ce n’è un esercito.
La risposta di Fusina:
Il raffinato glottologo Tal dei Tali avrebbe voluto che Cordero identificasse il dialetto subalpino in questione almeno con un aggettivo possessivo. Un “mio” avrebbe avrebbe permesso di identificare il dialetto subalpino al quale Cordero si riferiva con un dialetto del gruppo piemontese. Anche se la metafora, per quello che vale la mia testimonianza, era molto usata anche in almeno due dialetti del gruppo lombardo, il milanese e il bosino.
E’ vero, avrei voluto che Cordero identificasse il dialetto di cui stava parlando. Se Cordero si riferiva al suo dialetto di nascita, la forma chiara e precisa sarebbe stata:
- “nel mio dialetto” (ovviamente, non la goffa “nel mio dialetto subalpino”);
Se invece si riferiva ad alcuni o a tutti i dialetti del Nord, avrebbe dovuto scrivere:
- “nei dialetti subalpini”.
La domanda 2:
“L’hanno cambiato a balia” è una metafora?
Risposta di Fusina:
Quanto alla pertinenza del termine metafora a Tal dei Tali basterebbe ripassare il capitolo Retorica in qualsiasi manuale di prosodia e metrica per il liceo o, avendo sete di scientificità, cercare il paragrafo pertinente nel “Trattato sull’argomentazione” di Perelman-Titheca.
La prosodia e la metrica, che studiano il ritmo e la costruzione dei versi, qui c’entrano come i cavoli a colazione. Però forse i manuali del liceo hanno un’appendice sulla retorica. Nel caso informatemi, perché non ho fatto il liceo. Il “Perelman-Titheca” – in realtà Perelman-Tyteca – è un celebre libro di filosofia dell’argomentazione. Mai letto, ma dubito che contenga un’analisi linguistica delle figure retoriche. Di nuovo, informatemi eventualmente del contrario.
Comunque, nei manuali di linguistica leggete che la figura retorica della metafora consiste nel sostituire una cosa a un’altra. In particolare, la metafora sostituisce un nome a un altro nome, un aggettivo a un altro aggettivo, un verbo a un altro verbo. Nell’ordine:
- “Maria è una fanciulla bella e delicata” diventa “Maria è un fiore“.
- “Giovanni ha avuto un’idea intelligente” diventa “Giovanni ha avuto un’idea luminosa“.
- “Pino ha cambiato discorso” diventa “Pino ha svicolato“.
La classificazione tradizionale delle figure retoriche (cito dal “Dizionario di Linguistica” di Gian Luigi Beccaria, p. 467) mette la metafora “fra i tropi di sostituzione (immutatio) su singole parole (in verbis singulis)”. La parola può essere in realtà un gruppo (nominale, aggettivale, verbale), come negli esempi qui sopra.
Conclusione: “l’hanno cambiato a balia” (gruppo verbale) non è una metafora. Quale verbo o gruppo verbale starebbe sostituendo? Di certo non ”è nato da altri genitori” o simili, rispetto ai quali “l’hanno cambiato a balia” sarebbe una mera parafrasi (e, incidentalmente, una descrizione vera del fatto).
Ora, che “l’hanno cambiato a balia” sia una forma traslata è sicuro; senz’altro, è anche una “figura idiomatica” (in italiano corrente, un “modo di dire”); se poi vogliamo assegnarla a una figura retorica classica il candidato migliore è l’allegoria:
L’allegoria è la figura retorica per cui un concetto astratto viene espresso attraverso un’immagine concreta: in essa, come nella metafora, vi è la sostituzione di un oggetto ad un altro ma, a differenza di quella, l’accostamento non è basato su qualità evidenti o sul significato comune del termine, bensì su un altro concetto che spesso attinge al patrimonio di immagini condivise della società (Wikipedia).
Il vostro manuale di linguistica vi ricorderà che esiste anche un concetto più ampio di metafora, che include qualsiasi ”testo in una situazione controdeterminante” (cito sempre dal Beccaria). Ricorrendo ancora all’italiano corrente: “testo che dice qualcosa di letteralmente falso per rimandarvi a qualcosa di vero”. Incontrate questo concetto quando si parla di “metaforicità”, o di “stile metaforico”, magari a proposito di un testo dove l’autore usa più che altro iperboli e similitudini.
Ora, il mio post era sullo scrivere bene. E parlare di “metaforicità” dello stile di un testo è una cosa, parlare di metafore in rapporto a una frase specifica è un’altra. Scrivereste mai che “Ho protestato con la Casa Bianca” è una metafora quando sapete che è una metonimia? Che “Mario è morto di stanchezza” è una metafora quando sapete che è un’iperbole?
Così, riformulo la domanda: perché Cordero dice che “l’hanno cambiato a balia” è una metafora quando è un’allegoria o un semplice modo di dire?
Un’altra domanda ancora è se Fusina, nella sua risposta, si stia appiattendo sul concetto ampio di metafora, oppure – non voglio escludere niente – ignori la nozione tradizionale di metafora come sostituzione “in verbis singulis”.
Le domande 3 e 4:
Perché questa metafora sarebbe romanesca?
Perché Cordero scrive “romanesque” invece di “romanesca”?
RV aveva risolto la questione nei commenti: “romanesque” è la versione francese di “romanzesca”. Colpa mia: non avevo mai incontrato questa espressione in un testo in italiano. La cosa dipende delle mie cattive o insufficienti letture. Avevo incontrato quell’espressione in inglese, dove indica lo stile romanico, che chiaramente non era ciò che intendeva Cordero. Poteva allora essere una francesizzazione di “romanesco”? Lascio leggere a voi la risposta di Fusina, che aggiunge poco alle delucidazioni di RV.
La domanda 5:
Perché i subalpini dovrebbero dire “l’hanno cambiato a balia” di uno che “improvvisamente risulti diverso” (altri avrebbero scritto “si trasforma”) da adulto (l’ubriacone, il codardo)?
Qui il punto è che “l’hanno cambiato a balia” si applica bene a un figlio diverso nel carattere dai suoi genitori, ma male, forse per nulla, a un adulto che si trasforma all’improvviso. Fusina tralascia di rispondere.
Questo per le faccende di scrittura e di linguistica. Poi c’è il “Tal dei tali, tenutario di blog”. Come avrete notato, Fusina non nomina mai né me né “Universi paralleli”. E’ una cattiva abitudine di molti giornalisti italiani quando attingono ai blog. Date un’occhiata al New York Times e vedrete che, sì, c’è un mondo dove i giornalisti citano le fonti internet. Oltre che una forma di cortesia verso chi le ha scritte (e ti sta dando materiale per il tuo articolo), è un modo di permettere al lettore di verificare che la fonte corrisponda alla versione che ne stai dando.
Perché i giornali italiani non hanno questa prassi? In generale, non lo so. Nel caso di Fusina, una prima possibilità è che disprezzi i blog perché, come dice, sono “autogestiti”. Lui, che scrive su un giornale, ha vinto una selezione. Chi scrive su un blog, invece, non ha superato prove che certifichino che sappia scrivere. E’ un nessuno. Nominarlo significherebbe elevarlo, e non se lo merita.
Se leggete il suo invito alla reverenza verso la cultura in fondo all’articolo, capite che Fusina non è il tipo paritario che dice “non conta dove pubblichi, conta la qualità di ciò che scrivi”.
Una seconda possibilità è che Fusina taccia il nome del mio blog perché i lettori non scoprano le balle che racconta. Ecco come Fusina descrive i commenti che avrebbero fatto seguito al mio post:
“Tripudio e sconcerto dei frequentatori abituali della detta casa di tolleranza autogestita. Tripudio per l’ottima occasione di ammettere coram orbi di non essere mai riusciti, et pour cause, a leggere un pezzo di Cordero oltre le poche righe dell’incipit. Sconcerto per non avere a disposizione molte parole per alimentare la seduta di coprolalia”.
Più avanti:
“… la chiacchierata in blog non è che un calco, uno della scorante miriade di calchi, sulla sciagurata uscita fantozziana (”la corazzata Potiemkin è una boiata pazzesca!”) …. Come la fede, la cultura sopporta e reagisce alle minacce, ma si affloscia di fronte alla mancanza di reverenza e alla trivialità”.
Se andate a rileggere i commenti di quel post, non troverete tripudi e sconcerti, ma una minoranza di lettori che mi appoggia e una maggioranza che si schiera con Franco Cordero. Tutti si esprimono in modo signorile e articolato. Nessuno stonerebbe in un romanzo di Jane Austen, tranne forse un paio di sostenitori di Cordero.
La seduta di coprolalia: dove? Non ci sono parolacce, a meno che non vogliate contare fra le parolacce “crapa” – un peggiorativo subalpino di “testa” cui ricorre a un certo punto un corderiano.
Lascio sempre aperta ogni possibilità. Può darsi che Fusina, non avendo tempo di leggere tutti i commenti, abbia creduto che andava sul sicuro (”vuoi che non ci siano parolacce in un blog?”). Per sua sfortuna, era un thread più pulito di una lezione di catechismo. Dopo avere scoperto l’incidente, il New York Times mi avrebbe mandato una lettera di scuse.
Oppure Fusina ha mentito. Era in vena di un pezzo di colore sui blog sporchi e cattivi e, come fanno certi preti, ha inventato il peccato per poter fare la predica. Al New York Times lo avrebbero licenziato.
Infine, Fusina lancia le sue accuse di trivialità in un articolo dove mi descrive, in quanto autore di blog, come “tenutario di un bordello”. Mi ricorda la storiella del politico che abbatte un albero per salirci sopra e fare un comizio in difesa della natura.
Scusate la lunghezza e auguri per il Natale.