Universi paralleli

La frase migliore che ho letto oggi

7 Giugno 2009 · 7 Commenti

“Ecco la classifica dei libri più venduti nella libreria Mondadori del centro commerciale Vulcano Buono di Nola (NA), in località Boscofangone, secondo quanto ci dice il responsabile Gennaro Pecora” (Il Sole 24 Ore, oggi, p. 29, rubrica “Parola di libraio”).

Tante belle parole vive: pecora, bosco fangone, vulcano buono. Sembra una favola in attesa di un narratore.

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Oval office

29 Aprile 2009 · 11 Commenti

→ 11 CommentiCategorie: Emersi e salvati
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Davide e Betsabea

26 Aprile 2009 · 26 Commenti

Spero che vi piacerà leggere il resto della storia di Davide e Betsabea.

*        *        *

Un pomeriggio in cui ammirava il panorama dalla terrazza del suo palazzo, re Davide vide un fenomeno che “lo obbligò a trattenere gli occhi prima che gli sporgessero dalla testa al di là di ogni possibile recupero”, come leggereste nella Bibbia se fosse opera del grande P.G. Wodehouse. Il fenomeno era la giovane Betsabea, che nel cortile di una casa faceva il bagno così com’era stata fatta dal vero autore del libro. Questi, poco incline alle iperboli dell’umorista inglese, scrive solo che Betsabea era “molto bella d’aspetto” e che Davide ordinò ai servi di informarsi subito su chi fosse la donna che gli aveva procurato quel fastidio agli occhi.

I servi gli dissero che la giovane era Betsabea, moglie di Uria, un guerriero fedele e di vigore indiscutibile che in quel momento stava massacrando adulti, donne e bambini nella terra degli Ammoniti, dove Davide aveva spedito l’esercito di Israele in una delle sue tradizionali missioni di autodifesa. Preso atto che Uria era trattenuto da questi impegni, Davide inviò i suoi messaggeri da Betsabea, perché la conducessero alla reggia.

Betsabea rimase incinta.

Fra i pochi inconvenienti di regnare, uno dei più scoccianti è l’interesse morboso dei sudditi per le cadute di chi li comanda. Se il re si mette un dito nel naso durante una parata militare, è certo che ogni spettatore se ne accorgerà e tramanderà l’episodio agli amici e ai conoscenti che non hanno avuto il bene di assistervi. A distanza di anni, le madri rimprovereranno i bambini che fanno quel gesto dicendo “Aronne, pensi di essere il re?”. Figuriamoci – rifletté tetramente Davide – quanto avrebbe mormorato il popolo dopo avere appreso che il re si portava a letto la moglie di un soldato fedele, proprio mentre il cornuto rischiava la vita combattendo per la patria. Ne avrebbero parlato per millenni. Ci avrebbero scritto sopra romanzi.

Davide, che già si figurava nei dipinti futuri nell’atto di allungare le mani su una Betsabea tenuta dai servi, stava per strapparsi i capelli quando gli venne in mente un modo elementare di scampare allo scandalo: richiamare Uria, così che facesse con sua moglie ciò che un guerriero di vigore indiscutibile ha la tradizione di fare appena torna dal fronte, e avesse poi a credere che il bambino fosse suo. Un minuto dopo Davide scriveva a Ioab, il capo dell’esercito di Israele, perché spedisse Uria a informarlo sull’andamento della guerra.

Uria tornò e si presentò al re. Al termine dell’udienza, un Davide sorridente donò a Uria una portata della tavola e lo invitò ad andare a casa a cenare.

E’ una regola delle storie che iniziano con un colpo di fortuna magnifico, qual è vedere una bella donna nuda mentre ci si affaccia dalla terrazza, che la continuazione sia devastata da disgrazie imprevedibili. Appena si fu congedato dal re, Uria pensò ai cari compagni che aveva abbandonato al fronte. Parve al guerriero fedele che tornare a casa, a godersi le gioie del cibo e di una donna nel letto, fosse un insulto agli amici che in quel momento sopportavano le durezze dell’accampamento. Preso dal senso di colpa, Uria decise di restare alla reggia, e di simulare una camerata andando a dormire con i servi.

Davide inorridì quando ne fu informato. Recatosi a vedere la mostruosità, fece svegliare Uria e gli chiese perché non fosse a casa. Uria disse:

“L’arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioab mio signore e la sua gente sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per dormire con mia moglie? Per la tua vita e per la vita della tua anima, io non farò tal cosa!” (Sam 2, 11; 11).

Il re tornò ai suoi appartamenti, mormorando una tirata sull’idiozia dei soldati che avrebbe un posto fra i grandi classici dell’antimilitarismo di ogni epoca, se il vero autore della Bibbia non ci avesse fatto il torto di ometterla.

La sera seguente Davide invitò Uria a cena e lo fece ubriacare. Quando ritenne di avere distrutto ogni dignità nella vittima, e di avere proferito un numero sufficiente di battute sulle “lance dei guerrieri”, il re accompagnò Uria a braccetto all’uscita della reggia, gli diede un gran pacca sulle spalle e lo esortò ad andare da sua moglie.

Appena Uria uscì dalla vista di Davide, tornò indietro e andò a dormire con i servi.

Appreso il fallimento del piano, il re passò la notte guardando il soffitto della camera da letto.

Al mattino, Davide disse a Uria di tornare al fronte e consegnare una lettera sigillata a Ioab. Nella lettera era scritto:

“Ponete Uria in prima fila, dove più ferve la mischia; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia” (Sam 2, 11; 15).

Ioab ubbidì. Uria fu trafitto dagli arcieri nemici durante l’assedio israeliano alla città ammonita di Tebez. Quando giunse la notizia, Betsabea prese il lutto, mentre Davide fu udito fischiettare in terrazza. Appena il lutto fu concluso, Davide prese in moglie la vedova di Uria. Il popolo salutò il bambino come figlio del re.

E’ noto che nella vita vera Dio lascia i malfattori impuniti, tanto che molti di loro non solo conservano la salute, ma si arricchiscono e salgono la scala sociale fino alla vetta. Può darsi Dio voglia illuderli, per poi punirli dopo morti. Tuttavia nella Bibbia vige un regime diverso, dove i ragazzini che dileggiano Elia sono subito sbranati dagli orsi.

Fu così che Natan, il profeta di corte, chiese al re un colloquio a quattr’occhi. Ignaro del missile che stava dirigendosi su di lui, Davide acconsentì. Natan gli disse:

“Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia.

Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell’uomo povero e ne preparò una vivanda per l’ospite venuto da lui” (Sam 2, 12; 1-4).

Davide si fece assorbire dalla storia, che vi è lecito immaginare più lunga e colorata di quanto sia nella Bibbia. Quando Natan finì, Davide era infervorato e disse:

“Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto un tal cosa e non avere avuto pietà” (12; 5-6).

Natan disse:

“Tu sei quell’uomo!” (12; 7).

Davide, prima euforico, entrò in quello stato di preoccupazione che vi prende quando vi informano che avete i pantaloni in fiamme. Natan disse che come il ricco scellerato aveva rubato al povero la sua unica pecora, così Davide, cui Dio aveva donato lo scettro e un harem (allora gli ebrei erano poligami), aveva rapito a Uria l’unica moglie che avesse. Poi il profeta ripercorse i punti principali della faccenda della lettera a Ioab.

Davide taceva. Il passo successivo era l’annuncio della pena.

Natan disse:

“Così dice il Signore: Ecco io sto per suscitare contro di te la sventura dalla tua stessa casa; prenderò le mogli sotto i tuoi occhi per darle a un tuo parente stretto, che si unirà a loro sotto la luce di questo sole; poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele…” (12; 11-12).

Da buon re antico che ha cura del suo onore virile, Davide si irrigidì come se un serpente gli si fosse parato davanti. Neanche il ghigno del profeta – che sembrava non vedere l’ora di assistere alla scena – gli giovò.

Allora Davide fece ciò che nelle circostanze disperate un vero uomo deve essere capace di fare: piangere.

Il pianto funzionò. Natan inarcò le sopracciglia, sospirò, e disse che il Signore acconsentiva a tramutare la pena annunciata in quella – evidentemente meno grave – della morte del bambino. Il piccolo si ammalò all’istante. Dopo sette giorni era stecchito. In seguito Betsabea diede a Davide un altro figlio, Salomone, che costruì il Tempio e fu il re più grande della storia di Israele.

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Rispondete nei commenti

26 Marzo 2009 · 28 Commenti

Sto scrivendo una cosina e ho bisogno di un parere. Quale versione preferite?

(a)

Un giorno soleggiato in cui ammirava il panorama dall’alto della terrazza della sua reggia, il capo del popolo di Israele ebbe un incidente che P.G. Wodehouse, fosse stato lui a scrivere la Bibbia, avrebbe descritto in questo modo: “re Davide riuscì a trattenere gli occhi nelle orbite un secondo prima che gli sporgessero fuori dalla testa al di là di ogni possibile recupero”. A causare questo incidente fu la vista della giovane Betsabea che, in una casa vicina, faceva il bagno così com’era stata creata dal vero autore della Bibbia. Questi, poco incline alle immagini fantasiose del grande umorista inglese, si limita a dire che Betsabea era “molto bella d’aspetto” e che Davide, interrotte le visite degli ambasciatori e le altre noiose occupazioni che affliggono la vita dei sovrani in ogni epoca, ordinò ai servitori di informarsi subito su chi fosse la giovane che gli aveva causato quel fastidio agli occhi.

I servitori tornarono e dissero al re che la giovane era Betsabea, moglie di Uria, un guerriero di fedeltà provata e vigore indiscutibile, che in quel momento stava massacrando adulti, donne e bambini nella terra degli Ammoniti, dove Davide aveva spedito l’esercito di Israele in una delle sue tradizionali missioni di autodifesa. Preso atto che Uria era trattenuto dai suoi impegni professionali, Davide ordinò ai servitori di recarsi da Betsabea e di condurla alla reggia.

Betsabea rimase incinta.

(b)

Narra la Bibbia che Davide, un giorno che guardava il panorama dalla terrazza della sua reggia, ebbe la fortuna di scorgere Betsabea che faceva il bagno nuda. Betsabea era giovane e “molto bella d’aspetto” (Sam 2, 11; 2). Subito Davide si informò su di lei e seppe che era la moglie di Uria, un guerriero dell’esercito di Israele, che in quel momento combatteva nella terra degli Ammoniti. “Via libera!”, pensò Davide, e ordinò ai messaggeri di condurre Betsabea alla reggia.

Betsabea rimase incinta.

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Narcisi (uno bianco, l’altro abbronzato)

13 Marzo 2009 · 4 Commenti

Silvio Berlusconi a Milano, 1980

Barack Obama a Los Angeles, 1980

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Sandro Fusina merita la fiducia dei suoi lettori?

16 Dicembre 2008 · 9 Commenti

L’Oca Sapiens mi chiede nei commenti se questo bordello è una casa chiusa. Lo è. Sapete bene che internet è una vita da cani. Quindi, un anno di un blogger equivale a sette anni di un essere umano. E sono ormai cinque anni che giro su internet. Quindi, sono arrivato a 35 anni di contributi e vado in pensione. Tornerò giusto ogni tanto per qualche consulenza in nero.

Parlo di “bordello” per sfottere Sandro Fusina, commentatore di “Il Foglio”, che nel numero di sabato scorso mi qualifica come “tenutario di un bordello autogestito, cioè un blog” (fate partire lo scroscio di risate). Fusina mi bersaglia per caso, almeno credo. Deve essersi imbattuto in questo mio vecchio post mentre cercava notizie su Franco Cordero, e ha deciso che quel post meritava un’analisi sulla stampa nazionale. Avrei preferito finire sotto i riflettori in circostanze migliori, perché quel post era frettoloso e conteneva un errore (il “romanesco”). D’altra parte, i riflettori sono così: si accendono sempre quando sei in mutande.

Il tema del post era una frase di Franco Cordero in un articolo di Repubblica.

Nel dialetto subalpino circolava una metafora romanesque: “l’hanno cambiato a balia”; forse lo dicono ancora d’uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e relativa sapienza vanno estinguendosi); l’ubriacone diventa asceta, il codardo compie gesta eroiche et similia.

Questa frase – che trovo brutta – mi aveva suscitato cinque domande. La prima:

Cos’è il “dialetto subalpino”? Nella pianura padana di dialetti ce n’è un esercito.

La risposta di Fusina:

Il raffinato glottologo Tal dei Tali avrebbe voluto che Cordero identificasse il dialetto subalpino in questione almeno con un aggettivo possessivo. Un “mio” avrebbe avrebbe permesso di identificare il dialetto subalpino al quale Cordero si riferiva con un dialetto del gruppo piemontese. Anche se la metafora, per quello che vale la mia testimonianza, era molto usata anche in almeno due dialetti del gruppo lombardo, il milanese e il bosino.

E’ vero, avrei voluto che Cordero identificasse il dialetto di cui stava parlando. Se Cordero si riferiva al suo dialetto di nascita, la forma chiara e precisa sarebbe stata:

  • “nel mio dialetto” (ovviamente, non la goffa “nel mio dialetto subalpino”);

Se invece si riferiva ad alcuni o a tutti i dialetti del Nord, avrebbe dovuto scrivere:

  • “nei dialetti subalpini”.

La domanda 2:

“L’hanno cambiato a balia” è una metafora?

Risposta di Fusina:

Quanto alla pertinenza del termine metafora a Tal dei Tali basterebbe ripassare il capitolo Retorica in qualsiasi manuale di prosodia e metrica per il liceo o, avendo sete di scientificità, cercare il paragrafo pertinente nel “Trattato sull’argomentazione” di Perelman-Titheca.

La prosodia e la metrica, che studiano il ritmo e la costruzione dei versi, qui c’entrano come i cavoli a colazione. Però forse i manuali del liceo hanno un’appendice sulla retorica. Nel caso informatemi, perché non ho fatto il liceo. Il “Perelman-Titheca” – in realtà Perelman-Tyteca – è un celebre libro di filosofia dell’argomentazione. Mai letto, ma dubito che contenga un’analisi linguistica delle figure retoriche. Di nuovo, informatemi eventualmente del contrario.

Comunque, nei manuali di linguistica leggete che la figura retorica della metafora consiste nel sostituire una cosa a un’altra. In particolare, la metafora sostituisce un nome a un altro nome, un aggettivo a un altro aggettivo, un verbo a un altro verbo. Nell’ordine:

  • “Maria è una fanciulla bella e delicata” diventa “Maria è un fiore“. 
  • “Giovanni ha avuto un’idea intelligente” diventa “Giovanni ha avuto un’idea luminosa“.
  • “Pino ha cambiato discorso” diventa “Pino ha svicolato“.

La classificazione tradizionale delle figure retoriche (cito dal “Dizionario di Linguistica” di Gian Luigi Beccaria, p. 467) mette la metafora “fra i tropi di sostituzione (immutatio) su singole parole (in verbis singulis)”. La parola può essere in realtà un gruppo (nominale, aggettivale, verbale), come negli esempi qui sopra.

Conclusione: “l’hanno cambiato a balia” (gruppo verbale) non è una metafora. Quale verbo o gruppo verbale starebbe sostituendo? Di certo non ”è nato da altri genitori” o simili, rispetto ai quali “l’hanno cambiato a balia” sarebbe una mera parafrasi (e, incidentalmente, una descrizione vera del fatto).

Ora, che “l’hanno cambiato a balia” sia una forma traslata è sicuro; senz’altro, è anche una “figura idiomatica” (in italiano corrente, un “modo di dire”); se poi vogliamo assegnarla a una figura retorica classica il candidato migliore è l’allegoria:

L’allegoria è la figura retorica per cui un concetto astratto viene espresso attraverso un’immagine concreta: in essa, come nella metafora, vi è la sostituzione di un oggetto ad un altro ma, a differenza di quella, l’accostamento non è basato su qualità evidenti o sul significato comune del termine, bensì su un altro concetto che spesso attinge al patrimonio di immagini condivise della società (Wikipedia).

Il vostro manuale di linguistica vi ricorderà che esiste anche un concetto più ampio di metafora, che include qualsiasi ”testo in una situazione controdeterminante” (cito sempre dal Beccaria). Ricorrendo ancora all’italiano corrente: “testo che dice qualcosa di letteralmente falso per rimandarvi a qualcosa di vero”. Incontrate questo concetto quando si parla di “metaforicità”, o di “stile metaforico”, magari a proposito di un testo dove l’autore usa più che altro iperboli e similitudini.

Ora, il mio post era sullo scrivere bene. E parlare di “metaforicità” dello stile di un testo è una cosa, parlare di metafore in rapporto a una frase specifica è un’altra. Scrivereste mai che “Ho protestato con la Casa Bianca” è una metafora quando sapete che è una metonimia? Che “Mario è morto di stanchezza” è una metafora quando sapete che è un’iperbole?

Così, riformulo la domanda: perché Cordero dice che “l’hanno cambiato a balia” è una metafora quando è un’allegoria o un semplice modo di dire?

Un’altra domanda ancora è se Fusina, nella sua risposta, si stia appiattendo sul concetto ampio di metafora, oppure – non voglio escludere niente – ignori la nozione tradizionale di metafora come sostituzione “in verbis singulis”.

Le domande 3 e 4: 

Perché questa metafora sarebbe romanesca?

Perché Cordero scrive “romanesque” invece di “romanesca”?

RV aveva risolto la questione nei commenti: “romanesque” è la versione francese di “romanzesca”. Colpa mia: non avevo mai incontrato questa espressione in un testo in italiano. La cosa dipende delle mie cattive o insufficienti letture. Avevo incontrato quell’espressione in inglese, dove indica lo stile romanico, che chiaramente non era ciò che intendeva Cordero. Poteva allora essere una francesizzazione di “romanesco”? Lascio leggere a voi la risposta di Fusina, che aggiunge poco alle delucidazioni di RV.

La domanda 5:

Perché i subalpini dovrebbero dire “l’hanno cambiato a balia” di uno che “improvvisamente risulti diverso” (altri avrebbero scritto “si trasforma”) da adulto (l’ubriacone, il codardo)?

Qui il punto è che “l’hanno cambiato a balia” si applica bene a un figlio diverso nel carattere dai suoi genitori, ma male, forse per nulla, a un adulto che si trasforma all’improvviso. Fusina tralascia di rispondere.

Questo per le faccende di scrittura e di linguistica. Poi c’è il “Tal dei tali, tenutario di blog”. Come avrete notato, Fusina non nomina mai né me né “Universi paralleli”. E’ una cattiva abitudine di molti giornalisti italiani quando attingono ai blog. Date un’occhiata al New York Times e vedrete che, sì, c’è un mondo dove i giornalisti citano le fonti internet. Oltre che una forma di cortesia verso chi le ha scritte (e  ti sta dando materiale per il tuo articolo), è un modo di permettere al lettore di verificare che la fonte corrisponda alla versione che ne stai dando.

Perché i giornali italiani non hanno questa prassi? In generale, non lo so. Nel caso di Fusina, una prima possibilità è che disprezzi i blog perché, come dice, sono “autogestiti”. Lui, che scrive su un giornale, ha vinto una selezione. Chi scrive su un blog, invece, non ha superato prove che certifichino che sappia scrivere. E’ un nessuno. Nominarlo significherebbe elevarlo, e non se lo merita.

Se leggete il suo invito alla reverenza verso la cultura in fondo all’articolo, capite che Fusina non è il tipo paritario che dice “non conta dove pubblichi, conta la qualità di ciò che scrivi”.

Una seconda possibilità è che Fusina taccia il nome del mio blog perché i lettori non scoprano le balle che racconta. Ecco come Fusina descrive i commenti che avrebbero fatto seguito al mio post:

“Tripudio e sconcerto dei frequentatori abituali della detta casa di tolleranza autogestita. Tripudio per l’ottima occasione di ammettere coram orbi di non essere mai riusciti, et pour cause, a leggere un pezzo di Cordero oltre le poche righe dell’incipit. Sconcerto per non avere a disposizione molte parole per alimentare la seduta di coprolalia”.

Più avanti:

“… la chiacchierata in blog non è che un calco, uno della scorante miriade di calchi, sulla sciagurata uscita fantozziana (”la corazzata Potiemkin è una boiata pazzesca!”) …. Come la fede, la cultura sopporta e reagisce alle minacce, ma si affloscia di fronte alla mancanza di reverenza e alla trivialità”.

Se andate a rileggere i commenti di quel post, non troverete tripudi e sconcerti, ma una minoranza di lettori che mi appoggia e una maggioranza che si schiera con Franco Cordero. Tutti si esprimono in modo signorile e articolato. Nessuno stonerebbe in un romanzo di Jane Austen, tranne forse un paio di sostenitori di Cordero.

La seduta di coprolalia: dove? Non ci sono parolacce, a meno che non vogliate contare fra le parolacce “crapa” – un peggiorativo subalpino di “testa” cui ricorre a un certo punto un corderiano.

Lascio sempre aperta ogni possibilità. Può darsi che Fusina, non avendo tempo di leggere tutti i commenti, abbia creduto che andava sul sicuro (”vuoi che non ci siano parolacce in un blog?”). Per sua sfortuna, era un thread più pulito di una lezione di catechismo. Dopo avere scoperto l’incidente, il New York Times mi avrebbe mandato una lettera di scuse.

Oppure Fusina ha mentito. Era in vena di un pezzo di colore sui blog sporchi e cattivi e, come fanno certi preti, ha inventato il peccato per poter fare la predica. Al New York Times lo avrebbero licenziato.

Infine, Fusina lancia le sue accuse di trivialità in un articolo dove mi descrive, in quanto autore di blog, come “tenutario di un bordello”. Mi ricorda la storiella del politico che abbatte un albero per salirci sopra e fare un comizio in difesa della natura.

Scusate la lunghezza e auguri per il Natale.

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Sandro Fusina mi paragona a Goebbels su “Il Foglio”

13 Dicembre 2008 · 14 Commenti

Sandro Fusina

Diderot mi invia gentilmente un ritaglio da “Il Foglio” di oggi, dove Sandro Fusina (a destra) commenta un post su Franco Cordero scritto da “Tal de Tali, tenutario di blog sulla rete”.

Sono io!

Il post è questo: Fusina dice, fra le altre cose, che è “infinitamente più micidiale per la salute della cultura che non la pistola che il maresciallo Goebbels avrebbe estratto ogni volta che sentiva pronunciare la parola”. Il motivo, mi pare di capire, è che scrivere “romanesque” in luogo di “romanzesco” è cultura.

In un certo senso Fusina ha ragione, perché è esattamente un’idea di cultura che mi piacerebbe vedere morire.

Questo è il ritaglio. Lo sto spedendo agli amici e ai conoscenti (”Guarda! ‘Infinitamente più micidiale di Goebbels’! Mi avevi sempre sottovalutato”). Sto anche prendendo precauzioni per evitare che il pezzo arrivi in mano a mia madre, che piangerebbe. Tornerò su Fusina, e i blog (perché ne ha anche per voi che li scrivete e leggete), quando avrò tempo.

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101 cose da fare a Milano almeno una volta nella vita

30 Settembre 2008 · 13 Commenti

101 cose da fare a Milano almeno una volta nella vita

“Giurare di essere ancora fanciulla per farsi ammettere nel Giardino delle Vergini in Cattolica”.

Una delle 101 cose da fare a Milano nel libro di Micol Arianna Beltramini (p. 105). Ho letto la frase sfogliando il libro in Feltrinelli, ma ora l’ho qui in camera davanti agli occhi. Se una frase goffa ti spinge a riappoggiare il libro sul bancone, una frase felice ti spinge a portarlo alla cassa.

Micol Arianna Beltramini ha anche un blog.

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Passato, presente e futuro delle religioni

27 Settembre 2008 · 19 Commenti

Ho articoli nel cassetto di cui so che non farò più niente. Ogni tanto ne scaricherò uno qui. Quello di oggi va under the fold perché è lunghissimo.

Clicca per continuare

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Gli intellettuali operano nel mercato delle controversie, non della verità; comunque amano che lo Stato limiti la concorrenza

25 Settembre 2008 · 2 Commenti

Ronald Coase

“La domanda per i servizi dello scrittore e del preparatore di discorsi dipende, in misura considerevole, dall’esistenza di controversie – e affinché la controversia esista è necessario che la verità non si stagli sola e trionfante”.

Ronald Coase (a destra) a proposito di perché gli intellettuali non hanno speciali incentivi a cercare la verità. Anzi.

Ho letto la frase in The Market for Goods and the Market for Ideas (p. 390 dell’originale), un articolo del 1974 dedicato al problema seguente: perché i difensori del laissez-faire nel mercato delle idee spesso amano vedere lo Stato intervenire nel mercato dei beni? Più in breve: perché la libera circolazione degli errori intellettuali va bene mentre quella delle merci avariate no?

Secondo Coase, questo problema è collegato a un altro problema: perché i giornali difendono la libertà di stampa come fosse la linea del Piave ma poi tollerano che lo Stato tenga la televisione al guinzaglio? Se ci pensate, in Italia nessun giornalista della carta stampata si è mai bruciato vivo per protesta contro il controllo pubblico della Rai. E a lamentarsi che un politico controlli le tre reti nazionali restanti è rimasto giusto Marco Travaglio, che non pare benvoluto dai suoi colleghi

Né ho visto gran stracciamenti di vesti sui giornali quando il Tribunale di Modica ha fatto chiudere il blog di Carlo Ruta per il reato di “stampa clandestina” (in sfregio allo spirito e alla lettera dell’art. 21 della Costituzione).

La spiegazione di Coase:

“Il mercato delle idee è il mercato nel quale gli intellettuali fanno il loro commercio. La spiegazione del paradosso è l’interesse egoistico e l’autostima. L’autostima porta gli intellettuali a magnificare l’importanza del loro mercato. Che gli altri debbano essere regolati sembra naturale, soprattutto perché molti degli intellettuali vedono se stessi come regolatori. Ma l’interesse egoistico si combina con l’autostima per assicurare che, mentre gli altri sono regolati, la regolazione non si applichi a loro” (p. 386).

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La Stampa plagia Attaccabottone

24 Settembre 2008 · 4 Commenti

Complimenti a Ross! Non capita a tutti i blogger di vedersi pubblicato un post su un quotidiano nazionale! Beh, un pezzo di post. Ah, è dentro un altro articolo. Uhm, manca anche il nome di Ross.

Aggiornamento (26.09.08): Dario Corradino, il direttore di La Stampa online, scrive a Ross e spiega che l’articolo col plagio era un’agenzia di ADN Kronos. Loro si sono limitati a riportarlo, quindi va tutto bene: “abbiamo legalmente il diritto di riprodurre ciò che le agenzie alle quali siamo abbonati ci vendono”, dice Corradino.

Vi consiglio di non comprare formaggi da Corradino; se per caso la forma risultasse avariata, e ve ne lamentaste, vi direbbe: “e io che ne sapevo? non è mica colpa mia se il latte era cattivo! l’ho pure pagato!”.

Aggiornamento dell’aggiornamento: a scanso di equivoci, chiarisco che la tirata è del tutto personale e non esprime il punto di vista di Ross.

Aggiornamento (27.09.08): La Stampa online ha cancellato l’articolo che conteneva il plagio.

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La scienza islamica

24 Settembre 2008 · 2 Commenti

Steven Weinberg

“… la desalinizzazione, il falconaggio e l’allevamento dei cammelli”.

Le uniche tre aree dove i paesi musulmani producono scienza eccellente, secondo un’inchiesta di Nature del 2003. La frase è di Steven Weinberg (a destra), che sostiene che la scienza islamica è morta ai tempi di Al-Ghazali (XII secolo). Weinberg non si dimentica di citare Abdus Salam e altri scienziati musulmani che, invece, hanno raggiunto grandi risultati dopo essersi trasferiti in Occidente. Il tutto è in Without God, un articolo dove Weinberg riassume i motivi principali per cui scienza e religione non abitano spesso sotto lo stesso tetto.

Qui un esempio di cosa accade agli scienziati musulmani che lavorano al di fuori delle tre aree di eccellenza.

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Contare senza contare

16 Settembre 2008 · 8 Commenti

Oggi il New York Times pubblica un gioco sulla capacità di contare senza contare. Il gioco consiste nell’indovinare se i pallini gialli sullo schermo sono più numerosi di quelli blu; la difficoltà è che appaiono solo per due decimi di secondo, meno di quanto vi occorre per iniziare a contarli.

Si indovina molto spesso, ciò che dimostra che abbiamo la capacità in questione (chi più, chi meno, dicono i ricercatori); il premio è la caratteristica sensazione di trionfo che si vive quando la propria valutazione a naso si rivela esatta.

Qui il gioco.

Via Mark Thoma, che ha fatto 24/25 (come me).

→ 8 CommentiCategorie: Emersi e salvati · Natura umana
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L’ateismo è più diffuso di quanto si creda

16 Settembre 2008 · 10 Commenti

Chiedete a un cristiano perché i musulmani credono che ogni beato maschio riceverà in paradiso 72 vergini: il cristiano vi dirà che purtroppo i musulmani sono stati educati a crederlo.

Chiedete a un musulmano perché i cristiani sono convinti di essere macchiati dal peccato originale: vi dirà che purtroppo glielo hanno insegnato da bambini.

Tutti sono atei sugli dei degli altri.

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Consigli a una nipote

15 Settembre 2008 · 13 Commenti

“Mentre le donne rimangono sempre grosso modo le stesse, gli uomini peggiorano invecchiando. Diventano più arroganti, rigidi ed egoisti. Se devi sposarti, ti conviene prenderti un uomo stagionato. Rispetto a uno giovane, avrà meno tempo per peggiorare.”

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