
So che non ha senso ripubblicare le foto di blog famoso, ma questo uso perfetto dei colori mi lascia senza fiato.
Il blog famoso è “The Sartorialist“. Per chi non lo conoscesse, è il contrario di “le Malvestite“.

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Il blog famoso è “The Sartorialist“. Per chi non lo conoscesse, è il contrario di “le Malvestite“.
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“Le femmine di scimpanzé si contorcono per osservare attentamente il proprio rigonfiamento genitale rosato che eccita i maschi”.
Una delle prove dell’autocoscienza degli scimpanzé citate dal primatologo Frans de Waal nel suo “Naturalmente buoni” (p. 95). Le femmine eseguono l’operazione allo specchio.
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“Purtroppo, l’agricoltura industriale su larga scala non è romantica”.
L’economista Paul Collier, a proposito dell’insistere delle organizzazioni internazionali sul modello delle piccole coltivazioni “a misura di contadino” nonostante l’agricoltura sia un settore ad economie di scala.
Collier riferisce che, grazie a queste organizzazioni, oggi in Africa l’agricoltura industriale è meno diffusa di quanto lo fosse cinquant’anni fa.
L’articolo di Collier, che è la cosa migliore che mi sia capitato di leggere sulla catastrofe alimentare in corso, è apparso come commento a questo articolo di Martin Wolf su FT.
Il fascino delle piccole coltivazioni è particolarmente forte in Italia. Per esempio, Slow Food dice che c’è un solo modo per rispondere all’esplosione mondiale della domanda di cibo: l’autarchia dei contadini. Dopo di che, anche i grandi coltivatori dei paesi sviluppati potranno tornare ai piccoli appezzamenti.
“L’80% dei tre miliardi di persone che vivono sotto la soglia di povertà abitano in zone rurali, e la maggior parte sono contadini. Si tratta di incoraggiarli a produrre per nutrirsi piuttosto che per il mercato estero…
Lo sviluppo dell’agricoltura di sussistenza non è più quindi un ripiego marginale, ma l’obiettivo urgente e prioritario che deve darsi la comunità internazionale… solo se la domanda di cibo in Africa e in Asia sarà soddisfatta localmente, i grandi produttori del Nord del mondo potranno a loro volta modificare radicalmente le politiche agricole nel senso che l’emergenza ambientale richiede: più qualità e meno inquinamento, più rispetto per la terra, maggiore sviluppo dei circuiti locali” (Paola Nano, “L’obiettivo strategico è coltivare per mangiare“, La Stampa, 4 maggio 2008, p. 27).
Nel frattempo il Brasile, che ha scelto il modello delle coltivazioni meccanizzate su larga scala, è diventato uno dei silos del mondo.
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“Siamo stanchi di svolgere il ruolo di stalloni e baby-sitter”.
Lamentela di un uomo Khasi non identificato.
I Khasi sono una comunità matrilineare che occupa la zona indiana del Meghalaya. La famiglia tradizionale Khasi si incentra sulla nonna, che è proprietaria della casa e abita insieme al marito, alle figlie non sposate, alla figlia più giovane (la discendente dominante), ai bambini di lei e agli uomini non accoppiati della famiglia. Il marito della figlia più giovane - l’unico membro acquisito - si divide fra la casa della moglie, dove dorme, e quella delle sorelle o della madre (duolocalismo).
Le donne Khasi dirigono la casa, l’educazione dei figli e le relazioni coi vicini. Quando arriva un ospite, l’uomo Khasi gli presenta la moglie e poi si ritira discretamente in un angolo, lasciando sia lei a condurre la discussione. Gli uomini Khasi si rifanno nel lavoro e nella politica, dove dominano come da noi in Occidente.
Ho letto l’insolita lamentela e le altre informazioni sui Khasi in “Gender differences in competition: evidence from a matrilineal and a patriarchal society“, un paper degli economisti Uri Gneezy, Kenneth L. Leonard e John A. List.
Il paper studia il divario di “spirito competitivo” fra le donne Khasi e quelle Masai. Il popolo Masai è il rovescio culturale dei Khasi: non solo la linea di discendenza è maschile, ma gli uomini praticano la poligamia e considerano le donne una loro proprietà. Un proverbio tradizionale Masai dice che una donna vale meno di una vacca. I capifamiglia non contano le bambine nel numero dei figli.
Perché studiare lo “spirito competitivo”? Negli ultimi anni alcuni psicologi ed economisti hanno mostrato che le donne amano poco competere in un certo tipo di test. Questo test prevede una prova di abilità con un premio in denaro. Prima della prova, i ricercatori domandano ai concorrenti come preferiscono essere pagati:
I risultati di queste prove - che di solito sono condotte su studenti universitari americani o europei - dicono che gli uomini scelgono lo schema competitivo molto più spesso che le donne.
Qualche studioso conclude che le donne siano geneticamente restie a competere, a causa di un passato evolutivo speso a curare i bambini (un’attività dove le donne hanno convenienza a collaborare); gli uomini, invece, avrebbero un passato evolutivo di risse per accaparrarsi le femmine più attraenti.
Questo fatto genetico, se reale, potrebbe spiegare perché le donne mediamente sono pagate meno e fanno meno carriera degli uomini. Questo svantaggio non sarebbe colpa della discriminazione da parte dei capi ma delle donne stesse, che lottano meno e cedono il passo a uomini col coltello fra i denti.
Ora, Gneezy e colleghi hanno somministrato il test dello spirito competitivo a un campione di donne e uomini delle due comunità. Il risultato è:
Gneezy e colleghi ne deducono che è improbabile che le donne manchino dei geni dello spirito competitivo.
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Beppe Grillo, che ha idee decise su tutto, ha commentato così la decisione dell’Agenzia delle Entrate di divulgare le dichiarazioni del 2005 dei contribuenti italiani.
“L’agenzia delle entrate ha messo on line tutti i redditi dichiarati dai cittadini italiani nel 2005. Chiunque può accedere liberamente, senza essere identificato. Gli è stato suggerito dalla Ndrangheta, dalla Mafia, dalla Camorra e dalla Sacra Corona Unita… I rapimenti di persone saranno facilitati, il pizzo potrà essere proporzionato al reddito dichiarato. La criminalità organizzata non dovrà più indagare, presumere. Potrà andare a colpo sicuro collegandosi al sito dell’agenzia delle entrate.
Follia, questa è follia. Dopo l’indulto che ha liberato le carceri questo ex governo di imbelli, presuntuosi e deficienti fornisce ai criminali le informazioni sul reddito e l’indirizzo di casa dei contribuenti. Pagare le tasse così è troppo pericoloso, meglio una condanna per evasione fiscale che una coltellata o un rapimento…” (neretti nell’originale).
Ci sono due cose che non vanno in questo ragionamento.
1) La Ndrangheta, la Mafia, ecc. non hanno certo bisogno di internet per procurarsi le dichiarazioni dei redditi; se le desiderano, basta che si facciano preparare un dischetto dal loro uomo alla sede locale dell’Agenzia delle Entrate.
2) Se un ladro comune nota che una persona vive in una villa elegante, guida un Cayenne e porta un Patek Philippe al polso, non va a leggere la dichiarazione dei redditi prima di decidere che ha voglia di fargli una visita. E se per caso la dichiarazione segnalasse un reddito alto, mentre il contribuente vive in un seminterrato, anche il ladro più scalcagnato capirebbe che quel contribuente è un prestanome.
Lo dico perché oggi mi sono scaricato il file dei contribuenti di Milano. Lo scopo, sia chiaro, era solo annotarmi le date di nascita di amici e conoscenti, per non dimenticarmi di fare loro gli auguri di compleanno.
Però, inevitabilmente, scorrendo i loro nomi, mi è cascato l’occhio anche sui redditi.
Risultato: nessuno aveva un reddito diverso da quello che mi immaginavo già.
Può darsi che il campione dei miei amici e conoscenti non sia rappresentativo della nazione, ma è un fatto che se sai:
sai già approssimativamente quanto quella persona guadagna. Al massimo, la dichiarazione ti può dire che il reddito è 40.000 invece che 60.000, o 300.000 invece che 200.000.
L’unica sorpresa possibile è scoprire un amico che dichiara molto meno di quanto ti aspetti, e che quindi probabilmente evade. Immagino che lo scopo di Vincenzo Visco, che consegnerà al suo successore un aumento spettacolare delle entrate fiscali, fosse proprio di mettere gli evasori alla gogna.
Ma, se considerate il rispetto da cui è avvolta la gente ricca, sempre, anche quando commette reati, dubito che ora che le dichiarazioni sono pubbliche gli evasori italiani perderanno il saluto degli amici.
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Regia di Guy Ritchie.
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Washington (DC), ieri. Un anatroccolo sta per atterrare dopo un salto dai gradini del Campidoglio. Dietro di lui, l’ultimo della coda si prepara ad imitarlo.
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Mi è capitato di leggere che la Costituzione del Regno unito di Danimarca e Norvegia (che si sciolse nel 1814) conteneva questa norma:
“Tutto ciò che è detto o scritto a miglior fine di un Re assoluto, cristiano, ereditario deve essere, tutto e in ogni parte, nel Regno ereditario unito di Danimarca e Norvegia spiegato e ricevere senso compiuto secondo il significato migliore e più benevolo” (paragrafo 26).
Nel faticoso legalese dell’epoca, la norma imponeva ai sudditi di interpretare qualunque discorso a proposito del Re nel modo più benevolo verso di lui.
Ora, leggi che stabilissero cosa i cittadini potessero dire non sono mai mancate, in nessun paese. Ma questa è l’unica che conosco che abbia tentato di stabilire come le parole devono essere interpretate. Siamo dalle parti di “1984″. O meglio, l’ambizione della neolingua orwelliana era impedire che alcuni concetti fossero pensati, mentre quella della Costituzione Danese e Norvegese era impedire che certi concetti - quelli critici verso il Re - fossero intesi, trasformandoli dove possibile in concetti “pro rege”.
Era ovviamente un’ambizione ridicola. L’unico effetto del paragrafo 26, qualora fosse stato preso sul serio, sarebbe stato di assolvere i sudditi che avessero avuto la malizia di insultare il Re con una frase indiretta. Per esempio, un oppositore avrebbe potuto sfruttare una cerimonia pubblica per urlare, rivolto al Re:
“Sei un gran figlio di buona donna!”.
Quindi l’oppositore avrebbe invocato il paragrafo 26, che imponeva di assumere che avesse inteso:
Ci sono altre cose che avreste detto al Re di Danimarca e Norvegia?
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Nome che immaginiamo gli alieni darebbero agli esseri umani, nel presupposto ingenuo che ci riterrebbero la specie più rappresentativa del pianeta.
Si potrebbe scrivere un racconto di fantascienza dove astronavi aliene giungono sulla Terra e annunciano che distruggeranno i terrestri; panico delle nazioni; poi ci si accorge che gli alieni stanno dando la caccia ai granchi; quando alla fine gli alieni scendono dalle astronavi si vede che somigliano a grandi crostacei.
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Fra l’altro, è una canzone molto più bella di La Macarena.
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Prospect e Foreign Policy chiedono ai lettori di votare gli intellettuali più importanti del mondo, scegliendoli da una lista di cento candidati che “si sono distinti nel loro campo” e hanno mostrato “una capacità di influenzare il dibattito pubblico, spesso ben al di là dei confini del loro paese”.
Gli italiani sono tre. Il primo è ovviamente Umberto Eco, che arrivò secondo nell’edizione 2005. Il secondo è l’economista Nouriel Roubini, che è nato in Turchia, ha passaporto americano, è ebreo, ma alcuni reclamano al nostro paese perché è cresciuto e ha studiato in Italia fino alla laurea. Il terzo…, quiz, chi potrebbe essere?
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Se la scienza è una coraggiosa esplorazione dell’ignoto, qualcuno si è dimenticato di dirlo a un piccolo gruppo di ricercatori dell’Università Statale dell’Ohio, che ha sciupato ore e ore di lavoro retribuito per scoprire che gli anziani malati spendono soldi per curarsi.
I ricercatori, coordinati da Jinkook Lee, professoressa di Scienze del Consumatore, si sono basati sull’indagine AHEAD (Asset and HEAlth Dynamics) dell’Istituto Nazionale sull’Invecchiamento. Quando hanno confrontato gli andamenti dei patrimoni di un gruppo di anziani fra il 1995 e il 2002, i ricercatori si sono accorti che il patrimonio di chi si ammalava si riduceva di più di quello di chi conservava una forma splendida.
Non solo. I ricercatori hanno stabilito che la dimensione del danno finanziario dipende dalle malattie: quelle croniche, come il diabete, penalizzano gli anziani più di quelle che guariscono subito. Il motivo, affermano i ricercatori, è che le malattie croniche durano. “Quando qualcuno ha un problema di salute cronico trova un modo di arrangiarsi nella vita quotidiana, ma sul piano finanziario l’effetto non sparisce”, ha dichiarato la professoressa Lee. “Per esempio, se prendi il diabete devi spendere per tutta la vita”.
Instancabili, i ricercatori hanno appurato che il danno finanziario è maggiore se la malattia colpisce più tardi nell’arco della vita. Nel gruppo esaminato, gli anziani che si erano ammalati nel 1998 avevano perso in media il 5,5% del loro patrimonio; quelli che si erano ammalati nel 2002 avevano perso in media ben l’8,7%. Pare la conseguenza ovvia del fatto che quanto più una persona è vecchia tanto peggio sopporta una malattia.
Gli autori hanno abbellito i risultati dello studio con due vecchi trucchi:
I ricercatori hanno infine cercato di spiegare perché gli anziani, una volta guariti, non riescano a recuperare i danni finanziari causati dalle malattie. Secondo la professoressa Lee, il motivo è che non lavorano: “Se siamo colpiti da una malattia improvvisa negli anni in cui lavoriamo… possiamo andare a cercare un secondo lavoro [dopo che siamo guariti] o cercare di fare gli straordinari per recuperare le perdite. Ma gli anziani sono nell’età in cui non possono più farlo”.
Fra le implicazioni pratiche di questo studio, i ricercatori hanno citato l’importanza per gli anziani di non ammalarsi.
Attualmente, la professoressa Lee è in viaggio per scoprire se i risultati valgono anche per la Francia, il Canada e altri paesi stranieri.
Fonte: EurekAlert! (“Study: Health ’shocks’ diminish wealth more later in life”).
Nota. Il lavoro degli scienziati si divide in tre classi: “scienza rivoluzionaria”, “scienza normale” e “scoperte dell’acqua calda”. Lo storico della scienza Thomas Kuhn portò alla luce la differenza fra le prime due. Questa rubrica si occupa della terza.
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Una differenza fra gli Stati Uniti e l’Italia è che quando un politico americano dice una sciocchezza saltano fuori dozzine di “fact-checkers” che presentano i dati.
“Chi sono i possessori di armi? Sono poveri senza istruzione, marginalizzati? Risulta che hanno lo stesso livello di istruzione dei non possessori, in media. Inoltre, hanno un reddito annuo che supera del 32% quello dei non possessori. Gli americani armati non sono un gruppo piccolo, né oppresso.
Nel 2006, il 36% dei possessori di armi ha dichiarato di essere “molto felice”, mentre il 9% era “non troppo felice”. Allo stesso tempo, solo il 30% delle persone senza armi era molto felice, e il 16% era non troppo felice.
Nel 1996, i possessori di armi hanno passato il 15% di tempo in meno a sentirsi “offesi da qualcosa che qualcuno aveva fatto” (Wall Street Journal, via Marginal Revolution)”.
La sciocchezza in questione è la dichiarazione di Barack Obama che gli operai americani licenziati si sfoghino acquistando armi (e dandosi alla religione).
Applicazione italiana: gli analisti politici che spiegano il (presunto) voto degli operai alla Lega con il calo dei salari e i disagi del lavoro precario.
Aggiornamento (22.4). Le analisi di correlazione di Roberto D’Alimonte e dei suoi collaboratori smentiscono l’esodo degli elettori di sinistra verso la Lega (pdf). Quando sono andati a destra, i mancati elettori della Sinistra Arcobaleno sembrano avere preferito il Pdl.
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Porto Rotondo (ieri). Il recente vincitore delle elezioni politiche italiane, Silvio Berlusconi, finge di sparare alla giornalista Natalia Melikova della Nezavsinaya Gazeta, colpevole di avere chiesto al leader russo Vladimir Putin se avesse una relazione extraconiugale. Putin guarda il futuro collega con bonario rimprovero.
Si calcola che ventuno giornalisti russi siano stati uccisi da quando Putin ha preso il potere nel marzo 2000.
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“Io te la prescrivo, perché seguo la mia coscienza”.
Risposta di un medico di una clinica cattolica milanese a Oriana Liso, giornalista di Repubblica, che si era presentata in incognito per chiedere la pillola del giorno dopo (”Molta cortesia e ricetta subito”, p. III dell’edizione Milano).
“Ma siccome non potrei farlo, non dirlo a nessuno, altrimenti mi licenziano”, ha aggiunto il medico.
Credo siano maturi i tempi per un’estensione dell’obiezione di coscienza ai medici che vogliono fornire tutte le prestazioni previste dal sistema sanitario nazionale.
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