Mi ha stupito sapere che il New York Times ha stroncato l’ultimo libro dell’economista Paul Krugman, “The conscience of a liberal”. E’ stato lo stesso Krugman (a destra) a segnalarlo nel suo blog.
Lo stroncatore, lo storico David M. Kennedy, è arrivato a paragonare Krugman al famigerato polemista radiofonico Rush Limbaugh. Per dare l’idea, è come se in Italia paragonassero qualcuno a Emilio Fede.
Mi sono stupito per due motivi:
- Paul Krugman è una grande firma del New York Times, su cui scrive da anni;
- nel quotidiano mancano segni di faide, ribellioni, lotte senza quartiere; anzi, Krugman ha accettato con grazia e rassegnazione il cattivo trattamento, ricordando che il New York Times aveva stroncato anche il suo libro precedente, “The Great Unraveling”, del 2003.
Ne deduco che negli Stati Uniti, o quanto meno al New York Times, stroncare i libri di un proprio collaboratore è normale. Come lettore, la cosa mi fa piacere.
In Italia, provate a immaginare Repubblica che stronca un libro di Michele Serra, il Corriere che distrugge l’ultima fatica di Beppe Severgnini, la Stampa che fa a pezzi Massimo Gramellini.
Sempre in Italia, vedo che una rivista di recensioni come Giudizio Universale si è data la politica di non recensire le opere dei suoi collaboratori. Suppongo vorrebbe essere una dimostrazione di correttezza.
Vista col metro americano, è un’ammissione di poco professionismo. E’ come se i redattori di Giudizio Universale dicessero ai lettori: “non possiamo promettere di lavorare per voi che acquistate la rivista; non possiamo assicurarvi che eviteremmo il marchettone recensendo il libro di un nostro collaboratore; come Ulisse, preferiamo farci legare all’albero della nave per non cedere al canto delle sirene”.
Se hanno una considerazione così bassa di loro stessi (o gli uni degli altri), mi chiedo perché dovrei fidarmi di loro quando recensiscono gli altri libri. Che faranno quando la sirena è il giurato di un premio letterario? O il collega del quotidiano su cui scrivono? O il barone universitario? O il compagno di scuderia editoriale?
5 risposte finora ↓
davide l. malesi // 22 Ottobre 2007 a 8:26 am |
Il problema è che il contesto italiano non è quello americano. “Giudizio universale” vuol tentare una strategia per tutelare la propria attendibilità in uno scenario, quello nostro, ove le camarille abbondano, ove i rapporti professionali s’intrecciano fin troppo con le relazioni di amicizia o d’altro, etc. Se affermassero di esser pronti a recensire obiettivamente i propri collaboratori, poi potrebbero pubblicare solo stroncature: alla prima recensione positiva, non verrebbero creduti.
Caminadella // 22 Ottobre 2007 a 9:29 am |
Come? Tu che leggi De Lillo mi vieni a dire che gli americani non hanno camarille? Non me l’aspettavo.
davide l. malesi // 22 Ottobre 2007 a 10:43 am |
No, ce le hanno anche loro, ma mi sembrano avere un rapporto dialettico (e tutto sommato abbastanza trasparente) con lo scenario editoriale e letterario, che qui in Italia ne è invece dominato (e lo è in modo tutt’altro che trasparente).
Caminadella // 22 Ottobre 2007 a 11:59 am |
Qui sono d’accordo. Il punto è la trasparenza. E’ significativo che lo stesso NYT abbia scelto di affidare la recensione del libro di Krugman a David M. Kennedy, che è un esterno, invece che ad altri collaboratori del giornale che avrebbero avuto tutti i titoli per farlo (ci sono almeno altri due ottimi economisti che scrivono regolarmente sul NYT).
Non vedo cosa impedisca a Repubblica di fare lo stesso quando esce un libro di Serra, che invece di regola è accompagnato da una recensione di pompa e d’apparato. Idem Giudizio Universale: esce un libro di Ferroni? benissimo, chiediamo ad Asor Rosa di recensirlo. La rivista guadagna 10 punti di reputazione e altri 10 di interesse per i lettori.
Riassumendo: le camarille ci sono ovunque, la differenza che vedo io è fra testate che cercano di evitarle e testate che in un modo o nell’altro ci si rassegnano.
“Nessuno voleva esserlo, qualcuno doveva esserlo, ho lasciato che fossi io” « Universi paralleli // 3 Novembre 2007 a 7:59 pm |
[...] Ho letto la frase in una recensione positiva a Conscience of a liberal, il libro di Paul Krugman di cui ho già parlato. [...]