Ricordate i Village People? Furono un gruppo musicale di grande successo fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Cantavano brani pop da discoteca, pieni di cori.
Tre di questi brani, “YMCA”, “Macho man” e “In the navy” divennero piccoli classici della musica da ballare. Gli sceneggiatori della TV e del cinema li riesumano quando hanno bisogno di un brano trascinante che costringa i personaggi a ballare. Una mano accende l’impianto stereo, parte “Macho man” e il manager serioso, dopo un molle tentativo di resistere, si allenta il nodo della cravatta e inizia a dimenarsi.
Al successo del gruppo contribuirono anche i costumi. I Village People erano sei: uno era vestito da poliziotto, uno da pellerossa, uno da marinaio, uno da minatore, uno da motociclista e uno da cowboy. Questa combinazione colorata colpì subito l’immaginazione del pubblico. Fino ad allora, i gruppi musicali avevano seguito la regola non scritta che i componenti si vestissero nello stesso stile, o addirittura indossassero costumi identici.
Paragonate i Village People ai Beatles, che mantennero un’unità di abbigliamento per tutta la carriera, superando indenni le svolte stilistiche. Agli esordi i Beatles si esibivano in giacca e cravatta; negli ultimi anni indossavano camicioni indiani. Eppure, nonostante i contrasti burrascosi che li dilaniavano non ci fu mai una fase intermedia dove, poniamo, Paul e George si esibivano in giacca e cravatta e John e Ringo in camicioni indiani.
I Village People violavano questa regola di uniformità e, come risultato, trasmettevano un’idea di libertà e divertimento appena entravano in scena.
In generale, la portata di violazioni simili dipende da ciò che accade dopo. Quando violate una regola potete diventare tre cose:
- “reietti”, se tutti vi disapprovano;
- “innovatori”, se tutti cominciano a violare la regola a loro volta;
- “eccezioni che confermano la regola”, se tutti vi applaudono ma proseguono a comportarsi come prima.
L’abbigliamento dei gruppi musicali di oggi testimonia che i Village People furono un’eccezione che conferma la regola.
Perciò, è possibile che la tendenza dei gruppi a uniformare l’abbigliamento non sia accidentale, ma nasca da fatti profondi della personalità umana o dei gruppi.
Parlo di tutti i gruppi, non solo di quelli musicali. Nelle catene di montaggio non vedete un operaio con la tuta blu, uno con la tuta verde e uno con la tuta gialla. Alle cene non incontrate spesso invitati in abito scuro e invitati in jeans e camicia. A scuola, riuscite a distinguere i ragazzi integrati e gli esclusi con uno sguardo rapido a come sono vestiti. L’intero fenomeno della moda, d’altronde, sarebbe inspiegabile se la gente non preferisse vestirsi come in quel momento si vestono tutti gli altri. E non fosse pronta a spendere soldi per riuscirci.
Oltre all’abbigliamento, i gruppi tendono a uniformare i modi di parlare e di pensare. In ogni gruppo ci sono temi di conversazione ammessi e temi tabù. Forme appropriate e forme sconvenienti di rivolgersi a un superiore. Personaggi santificati ed altri massacrati dallo sberleffo quotidiano. La maggioranza dei membri individua queste norme con rapidità e impara a rispettarle e a darle per scontate. Quando questi membri incontrano un dissidente che segue altre norme, per individualismo o perché è stato plasmato in un gruppo diverso, questo dissidente pare loro stupido o strano.
I gruppi grandi sembrano stimolare questo tipo di convergenze quanto quelli piccoli. Cito alcune considerazioni di Bertrand Russell sul matrimonio:
“Il grosso della popolazione di ogni paese è persuaso che tutti gli usi matrimoniali diversi dai suoi siano immorali, e che quelli che combattono quest’idea lo facciano al solo scopo di giustificare le loro vite dissolute. In India, il risposarsi delle vedove è tradizionalmente considerato una cosa troppo orribile da potersi contemplare. Nei paesi cattolici il divorzio è considerato molto malvagio, ma qualche venir meno della fedeltà coniugale è tollerato, almeno negli uomini. In America il divorzio è facile ma le relazioni extraconiugali sono condannate con la massima severità. I maomettani credono nella poligamia, che noi pensiamo degradante. Tutte queste diverse opinioni sono sostenute con veemenza estrema” (Saggi Scettici, 1928).
Qual è il meccanismo? Cosa spinge i membri di un gruppo a convergere? Perché gli impiegati non si concedono più varietà nell’abbigliamento, nel linguaggio, nelle idee che esprimono in ufficio? Perché i Beatles non ebbero la fase intermedia di abbigliamento misto? Perché gli occidentali si turbano al solo pensiero che una famiglia poligama possa stabilirsi nel loro territorio?
Io non lo so, ma se voi aveste qualche idea potete sbizzarrirvi nei commenti.
12 risposte finora ↓
irenelaspostata // 2 Novembre 2007 a 12:30 am |
L’interazione è fondata su molti rituali, che innanzitutto servono a creare un contesto di sicurezza per i partecipanti a tale interazione. Insomma, devo essere certa che non sarò aggredita, fisicamente e simbolicamente, e devo mostrarti in modo adeguatamente credibile che non ti aggredirò. Da qui, tutta una serie di regole, spesso implicite ma in alcuni casi, (o contesti, o ceti sociali) rigidamente formalizzate, che partono dalla giusta distanza tra gli interlocutori fino alle formule di commiato. L’idea di fondo è che la base e insieme il risultato dell’interazione sia la (confermata) sacralità della persona e, attraverso di essa, del gruppo. L’aggressività da evitare infatti non è solo quella contro l’altro, ma contro il contesto, il mondo condiviso con l’altro, e contro se stessi (come parte del contesto); se mi presento vestita da spiaggia alla tua laurea sto attaccando violentemente il mondo nel quale la tua laurea è un evento, ma lo stesso faccio se, pur vestita in modo impeccabile, sono vittima di un attacco di singhiozzo – in questo secondo caso il pericolo che la sacralità della mia persona corre riguarda invero tutti i partecipanti all’interazione.
Su questi temi ti consiglio Erving Goffman, che viene spesso descritto come il Pirandello della sociologia, il cui approccio è accostabile all’interazionismo simbolico; il titolo che potrebbe interessarti di più è “La vita quotidiana come rappresentazione”.
(sì, lo so. ho scritto “invero”. e allora?)
Caminadella // 2 Novembre 2007 a 10:39 am |
Mentre scrivevo questo post, pensavo di concluderlo con una frase come “questo sarebbe pane per i sociologi, ma se avete qualche idea, ecc. ecc.”. Poi ho cambiato, ma giustamente sei arrivata tu che sei sociologa.
Mi ritrovo nelle tue osservazioni, ben dette e intelligenti, però fatico a vedere come si applichino a casi come quello dei Beatles o del colore delle tute degli operai in fabbrica.
Intendo dire: ho ben presente la regolazione delle situazioni sociali e della presentazione in pubblico (Goffman è un mio vecchio amico), e quindi, ok, potrebbe bastare per spiegare perché tu non voglia andare in jeans e camicia a una cena che, temibile scoperta, in realtà richiedeva l’abito scuro.
Ma immagina un imprenditore che distribuisca agli operai le nuove tute: alcune sono gialle, alcune sono verdi, alcune sono blu. Gli operai mugugnano: “eh, ma sono tutte diverse!”.
Immagina i Beatles che salgono sul palco con l’abbigliamento misto che ho detto. I fan credono che sia uno scherzo e si mettono a ridere.
In questi casi, i vari colori o tipi di abbigliamento sono tutti ugualmente ammissibili in quella situazione sociale; è solo il fatto che siano eterogenei fra i partecipanti che crea disturbo (mugugni, risate). Ecco: perché crea questo disturbo?
gloriamundi // 2 Novembre 2007 a 9:00 pm |
Hai insinuato un vecchio/nuovo interrogativo nella mia testa, sul diverso, uguale, rivoluzionario, reietto. Genio o idiota.
Che qui ci starebbe bene anche qualche esempio, da Cristo, passando per Galileo, Marx e arrivando Paris Hilton.
Torno a rileggermi il Gabbiano Jonathan Livingston e poi ti rispondo
Caminadella // 3 Novembre 2007 a 7:18 am |
Cristo: innovatore. Galileo: reietto. Marx: innovatore. Paris Hilton: eccezione che conferma la regola. Il gabbiano Jonathan Livingstone: non se ne può più.
gloriamundi // 3 Novembre 2007 a 1:45 pm |
… e se mettiamo in una stanza il Gabbiano, Parisilto e Beppe Grillo, che succede? Chissà se ne esce qualcosa di buono.
Al massimo, buttiamo via la chiave
Caminadella // 3 Novembre 2007 a 2:04 pm |
Manca Mastella. Anzi, Mastella e Hannibal the Cannibal. Poi sarebbe perfetto.
gloriamundi // 3 Novembre 2007 a 2:23 pm |
E un bicchiere di Chianti, eh.
Mastella mi sa di legnoso, gastronomicamente parlando.
irenelaspostata // 4 Novembre 2007 a 12:50 pm |
Beh ma penso che i Village People avessero scelto la disomogeneità dell’abbigliamento proprio per sottolineare la trasgressione e la parodia, non per proporre una nuova forma di “abbigliamento da band”, diciamo. Quindi, così facendo, rispettavano i dogmi sociali perché li riconoscevano come validi.
La tuta serve per marcare la differenza tra ciò-che-sono e il mio ruolo. Indossandola proteggo la mia persona dalle ingerenze del mondo della fabbrica: non sono io Irene a lavorare qui, Irene coi suoi gusti e i suoi sentimenti, io qui sono un’operaia come tutte, qualsiasi cosa avvenga qui potrò scrollarmela di dosso togliendomi questa tuta. Quindi personalizzare la tuta, o l’uniforme “colletto bianco”, sarebbe un rischio per la tutela di me stessa; emergere significherebbe lasciare troppa me stessa in questo luogo di lavoro, espormi ancora di più. Nota comunque anche l’aspetto pratico: se sono l’unica ad avere la tuta gialla, quando vado a fumarmi una sigaretta dall’alto mi si nota… quindi la spersonalizzazione che mi si impose dall’alto io me la rigioco dal basso, dialetticamente. Altrimenti, se così non fosse, tale convenzione non sarebbe durata molto.
Vedi i grembiuli dei piccoli scolari, che sono durati finché significavano sì spersonalizzazione ma anche uguaglianza, soprattutto quando la scuola realmente mescolava nella stessa classe ricchi e poveri; quando all’uguaglianza s’è sostituita la frustrazione dei genitori vanesi, il dispositivo-grembiule ha perso terreno, e ora è residuale e affidato alla singola scuola.
Per quanto riguarda i Beatles: boh.
Caminadella // 4 Novembre 2007 a 8:01 pm |
Prendo nota. Da una sociologa mi aspettavo qualcosa sull’isomorfismo istituzionale ma sarà per un’altra volta.
irenelaspostata // 5 Novembre 2007 a 1:22 am |
Touché.
davide l. malesi // 5 Novembre 2007 a 6:49 pm |
A proposito d gruppi rock: mi viene in mente, però, il caso degli AC/DC, con tutti i membri del gruppo vestiti da rocker “normali”, ma Angus Young regolarmente in divisa da studente di Public School, con tanto di calzoni corti.
torquato // 20 Settembre 2008 a 3:41 pm |
fino all’avvento dei roxj music(1975) i “complessi”erano “comunque”figurine di un album nomato:industria discografica.Solo Bryan Ferry, col suo dandysmo, ha sdoganato uno stile che vanta milioni di equiparati, e che dura tutt’oggi.(con buona pace id baustelle e tirimancini,o,duran duran variamente ordinari e malvestiti.)
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t.