Sono usciti i dati della ricerca PISA 2006 sulle conoscenze degli studenti dei vari paesi. Potete leggere sui giornali le polemiche sui dati dell’Italia, che come al solito conquista l’ultimo posto fra i paesi del G8.
Qui segnalo la pagina dei dati interattivi, che vi permette di incrociare i risultati degli studenti con molte variabili individuali, familiari, demografiche e sociali. Chi fra voi è appassionato di numeri avrà di che sbizzarrirsi.
Per esempio ho notato che:
- gli studenti delle scuole pubbliche italiane hanno punteggi medi più alti di quelli delle scuole private (469 vs 466 nella lettura; 462 vs 451 in matematica; 476 vs 462 in scienza);
- le ragazze italiane stracciano i ragazzi italiani nella lettura (489 vs 448), sono sconfitte in matematica (453 vs 470), sfiorano il pareggio in scienza (474 vs 477).
Ma soprattutto ho visto che il titolo di studio del padre è uno dei predittori migliori delle conoscenze di uno studente.
Avete qui sotto i dati. La variabile da guardare è “category” (1 = istruzione universitaria e oltre; 5 = nessun titolo scolastico). Potete osservare voi stessi il crollo dei punteggi medi (“mean”) passando dalla category 1 alla 5 (prime cinque righe del secondo riquadro).

Se poi osservate i dati “OECD total”, scoprite che nel resto del mondo il divario di punteggi fra la category 1 e la 5 è inferiore che in Italia.
In generale, i dati statistici sono infidi e bisognerebbe applicare tutti i test del caso prima di fare qualsiasi ragionamento. Ma qui l’effetto è tanto vistoso che avanzo subito questa conclusione: la scuola italiana è incapace di recuperare i giovani nati in situazioni familiari svantaggiate. Lascio ad altri di riflettere sulle implicazioni politiche e sociali.
3 risposte finora ↓
livepaola // 4 Dicembre 2007 a 7:14 pm |
Hai ragione. Sono cose tristi.
davide l. malesi // 5 Dicembre 2007 a 9:56 am |
La mia sensazione è che, in molti casi, in Italia il “dosaggio di cultura” (termine orrendo, lo so: ma rende l’idea) nell’ambiente familiare sia determinante: anche più del titolo di studio. Non ho dati statistici da esibire: però è una sensazione basata su esperienze concrete.
L’esperienza è questa: provengo da una famiglia un tempo agiata, e di estrazione culturale “alta”. Ero ancora abbastanza piccolo (8-9 anni), quando la mia famiglia ha perso tutta la sua agiatezza: di più, ci siam ritrovati in gravi ambasce sul fronte dei quattrini. Ciò nonostante, il valore attribuito alla cultura e all’istruzione in famiglia è rimasto altissimo. E, ciò che più contava, non era una cultura nozionistica: bensì una cultura masticata, rimuginata, ruminata, applicata con spregiudicatezza alle cose quotidiane (ricordo che ero ragazzino quando mio nonno mi passava letture come Hobbes, Marx, Guicciardini, Hume, Stuart Mill, e ne discutevamo assieme a lungo). In seguito, affacciandomi al mondo del lavoro, ho scoperto che una formazione siffatta presentava enormi vantaggi: è stata di grande aiuto anche nel recuperare il gap economico che avevo ereditato. Non è che mi fornisse strumenti specifici di lavoro, intendiamoci: però mi aiutava a “muovermi” nel modo opportuno; a esprimermi con chiarezza (o a saper mascherare le mie intenzioni, quando serviva); ad annusare l’aria che tirava; etc. etc. Dunque, per quanto mi riguarda, sono sicuro che una formazione culturale meno soda e robusta avrebbe significato uno svantaggio: in termini di sensibilità, capacità decisionale e di adattamento, e via discorrendo. Vedo spesso che, invece, persone anche fornite di titoli (laurea + master, in genere) ma che evidentemente hanno “respirato” poca cultura, specie negli anni critici dell’infanzia e dell’adolescenza, trovano parecchie difficoltà a realizzare le proprie aspirazioni professionali, economiche, di carriera.
Caminadella // 5 Dicembre 2007 a 4:35 pm |
Davide, mi ritrovo molto sull’ultima parte del discorso. Mi è capitato poco tempo fa di vedere una ragazza laurea + master intitolare “spettabile dottore” una lettera a un potenziale datore di lavoro. Sono piccolezze, che però si cumulano a una serie di altre goffaggini e mosse false. Chi è ben nato (culturalmente o socialmente) non le fa.