In un concorso per il titolo di “Filosofo politico più schietto della storia”, Thomas Hobbes sarebbe uno dei grandi favoriti. I suoi sostenitori potrebbero sottolineare che Hobbes si trovò a concepire la sua teoria dello Stato proprio quando il suo paese, l’Inghilterra, era sull’orlo di una guerra fra il Re e il Parlamento. In casi simili, dove il sangue sta per scorrere e le teste sono pronte a volare, un filosofo politico prudente tace. Hobbes invece parlò, e non si curò di come i contendenti avrebbero accolto le sue idee.
Da un lato, Hobbes sostenne che i sudditi devono fedeltà assoluta al Re, cosa che gli attirò l’odio dei parlamentaristi. Dall’altra, Hobbes negò che la sovranità venisse da Dio, cosa che gli guadagnò il rancore dei realisti. Quando nel 1642 la situazione inglese precipitò e scoppiò la Guerra Civile, Hobbes si vide nella spiacevole situazione di potere essere ucciso da entrambi i partiti. Dato che era schietto ma non stupido, fu il primo inglese a lasciare l’isola, come lui stesso riferì dal suo rifugio parigino.
Non solo Hobbes osava contraddire i potenti; era anche poco complimentoso verso la gente comune. Quando leggete il “Leviatano”, il “De Cive” o gli altri suoi scritti politici apprendete che il governo usa il pugno di ferro perché voi siete violenti. Hobbes credeva che ogni essere umano ubbidisse all’istinto di conservazione, che lo spinge a procacciarsi il cibo e a combattere i pericoli. Questo istinto, secondo Hobbes, è tanto forte che nei primordi ci portava a una guerra di tutti contro tutti.
Per esempio, nei primordi un nostro antenato infreddolito poteva incontrare un viandante che indossava una calda pelle di pecora e, per istinto di conservazione, sentire un desiderio acuto di avere quell’indumento. Desideri simili scattano in noi anche oggi, non necessariamente per il freddo, e di solito ci conducono in un negozio di abbigliamento. Invece nei primordi, privi di Stato e di leggi, l’antenato aggrediva il viandante per strappargli la calda pelle di pecora.
Dopo essere fuggito con l’indumento, e iniziato a godere il tepore che gli procurava, l’antenato poteva imbattersi in altri viandanti. Costoro potevano avere occhi infidi, selvaggi, stranamente fissi sulla sua calda pelle di pecora. L’antenato sospettava che volessero aggredirlo, come ci capita tuttora quando incrociamo certi sconosciuti per strada. Noi ci affrettiamo verso luoghi affollati o illuminati. Lui, che non poteva contare sulla protezione di nessuno, estraeva il pugnale e lanciava un attacco preventivo sui viandanti.
Capite perché Hobbes abbia riesumato la massima di Plauto “homo homini lupus”. Le giornate erano una serie di bagni di sangue. La vita era “solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve”. Hobbes non escludeva che piccoli gruppi riuscissero comunque a stabilire rozze forme di convivenza basate su equilibri del terrore. Forse nacque qualche villaggio striminzito. Ma aggregati più ampi come le città e le nazioni erano impossibili, perché avrebbero messo gli individui a contatto continuo con sconosciuti completi. Come potevano fidarsene? Voi entrereste in una città dove non c’è polizia? Viaggereste in un territorio dove a nessuno è proibito uccidervi?
Perché l’umanità uscisse da questa miseria era necessaria la Legge, che proibisse il furto, l’omicidio e le altre violenze. E la Legge aveva bisogno di un soggetto che l’applicasse. I candidati a questo ruolo probabilmente già circolavano. In ogni zona abitata ci dovevano essere potenti che, vuoi per il vigore fisico, vuoi per le loro armi, vuoi perché a capo di bande, incutevano il terrore in chiunque.
Hobbes ipotizzò che a un certo punto i nostri antenati, stanchi di violenza, abbiano deciso di darsi questi personaggi come sovrani. Un gruppo di villaggi nominava una delegazione di anziani e la spediva dal potente locale. Gli anziani gli giuravano fedeltà assoluta a nome dei villaggi, lo riconoscevano padrone della terra e lo invitavano a emanare leggi e a farle rispettare. Il potente accettava e diventava Re.
Secondo Hobbes, questa soluzione è efficiente: rinunciando a difendersi da soli e affidando il compito di proteggerli a un potente, gli esseri umani acquistano una sicurezza che altrimenti non potrebbero mai avere. Nei primordi, la conquista di questa sicurezza innescò nuove e preziose attività. Per esempio, gli esseri umani poterono cominciare a dividere il lavoro e a commerciare, perché finalmente avevano tribunali che garantivano l’esecuzione dei contratti. Pian piano la civiltà decollò.
Fu per questo motivo che in Inghilterra Hobbes si schierò col Re e contro il Parlamento che voleva smorzarne il potere assoluto. Secondo Hobbes, limitare le prerogative del Re equivaleva a tradire il patto originario, ciò che gli sembrava disonorevole. Inoltre, la debolezza del Re si sarebbe ritorta contro i cittadini, che non hanno altri baluardi contro la barbarie.
I secoli seguenti dimostrarono che il potere assoluto non era indispensabile per mantenere l’ordine nella società. In Occidente i Re sono scomparsi o si sono trasformati in macchiette per le riviste di pettegolezzi. I cittadini hanno diritti che avrebbero inorridito Hobbes, come quello di protestare in piazza. Eppure le nostre società sono più prospere e sicure di quanto lo sia mai stata una nazione sotto uno Stato assoluto.
Ciò nonostante l’idea di Hobbes che lo Stato abbia lo scopo di fornire certi beni agli esseri umani, in particolare la pace civile, è rimasta. La grande maggioranza dei filosofi, degli intellettuali e dei comuni cittadini pensanti è tuttora convinta che lo Stato sia al servizio della società. Oppure, se pare non esserlo, dicono che lo Stato sta deviando dai suoi fini.
In questo modo Hobbes, con tutta la sua schiettezza, si è reso complice dell’ipocrisia più tipica dei politici: quella che siccome lo Stato mira ad aiutare la società, lavorare per lo Stato come parlamentare, ministro, presidente, o al limite come dittatore quando le circostanze storiche lo imponessero, è una forma di altruismo.
Non dico che i politici neghino di amare il potere, la fama, il denaro e gli altri privilegi che vengono dalle cariche pubbliche. O meglio, alcuni lo negano. Ma questo è un genere di ipocrisia cialtrona di cui non parlerò. Qui mi riferisco alla tesi che ci sia qualcosa di nobile nel servire lo Stato; qualcosa che non c’è, poniamo, nel servire nel consiglio di amministrazione di un’impresa privata.
Ci sono due ragioni banali per cui lo Stato non può essere nato nel modo teorizzato da Hobbes, ossia per stabilire la Legge.
La prima ragione è che l’ipotesi dell’homo homini lupus implica che lo Stato renderà la vita dei cittadini più miserevole, non meno. Un Re cui è concesso il monopolio della violenza, e che di fatto controlla polizia ed esercito, ha la capacità tecnica di togliere ai sudditi anche le mutande. E visto che il Re è un essere umano, per ipotesi un lupo, dobbiamo prevedere che gliele tolga.
Perché non lo fa? Hobbes non lo dice. Dà per scontato che il Re rispetterà il patto. Ossia, dà per scontato che un potente che vede i deboli inginocchiarsi innanzi a lui rinunci a spedire i suoi scagnozzi a svuotare le case e li impieghi invece per pattugliare le strade, fare eseguire i contratti e per altre attività benefiche da cui non ha un tornaconto.
La seconda ragione è che in ogni società dove ci siano differenze di forza tra gli individui lo Stato sorgerà spontaneamente, senza bisogno di patti con la società. Che ci sia in corso una guerra di tutti contro tutti o no è irrilevante. Siamo liberi di supporre che gli esseri umani abbiano, oltre all’istinto di conservazione, una simpatia verso i loro simili e una ragionevolezza di fondo che permette loro di convivere anche in aggregati folti. Ipotizzate città dove gli abitanti si coalizzano contro i malviventi, organizzano ronde, nominano giudici, fanno collette per costruire fortificazioni e così via.
Ebbene, anche in queste città prima o poi qualche potente radunerà armigeri e si metterà a tormentare gli altri. Ruberà, ucciderà, rapirà le donne restando impunito. Sarebbe un candidato perfetto per un patto hobbesiano, non fosse che in una situazione simile il patto sarebbe vuoto. Immaginiamo che gli anziani si presentino a questo potente e gli offrano un’obbedienza assoluta in cambio del mantenimento dell’ordine. Può darsi che il potente, solleticato dal titolo di “Re”, accetti. Ma può anche darsi che infilzi il portavoce degli anziani con lo spadone, faccia roteare il corpo sopra la testa e dica: “Vecchio sciocco! Volevi uno Stato assoluto e ce l’avevi davanti!”.
Nei due casi le conseguenze sono identiche: un potente che fa il bello e il cattivo tempo per forza sua, non per concessione della società. Avremo un Re che mantiene l’ordine se gli conviene, e altrimenti lo distrugge, dato che comunque i sudditi non hanno la forza per fargli rispettare il patto.
Nessuna di queste osservazioni è nuova, ma faticherete a scovare teorie politiche che ne tengano conto. L’unica che conosco è di Mancur Olson, un economista americano noto per i suoi studi sull’azione collettiva. Nel 1998 Olson scrisse il saggio “Power and Prosperity“, dove presentò un modello in cui lo Stato si evolve dalle bande di predoni.
Secondo Olson, il momento decisivo in cui una banda si trasforma in Stato è quando si stanzia. Finché i predoni sono nomadi hanno interesse a ripulire fino all’ultimo spillo ogni villaggio che incontrano sul loro cammino. Quando invece prendono dimora in un villaggio o in una regione (qui non importa che sia piccola o grande) devono curarsi che le loro vittime non muoiano di stenti e continuino a produrre. Per esempio, è meglio che i predoni rubino ai contadini solo metà del raccolto, così che ai poveretti resti abbastanza per sfamarsi e fare una semina l’anno dopo.
Sostituite “prelievo fiscale” a “rubare”, “aliquota di imposta del 50%” a “metà del raccolto” ed ecco che avete una funzione dello Stato: le Finanze.
Non solo. I predoni stanziali possono capire che spianando una collina si aprirebbe una via di comunicazione e si creerebbe un traffico di commercianti da taglieggiare. Verrà naturale a questi predoni distribuire pale ai contadini e ordinare l’avvio dei lavori. Ma non diciamo “taglieggiare”; diciamo “imporre un pedaggio”. Ecco sorgere una seconda funzione dello Stato: le Infrastrutture.
Ancora, dato che i predoni concedono ai “sudditi” (a un certo punto inizieranno a chiamarli così) di avere redditi e patrimoni, c’è il rischio che malviventi di fuori vengano a saccheggiarli. Per evitare danni all’erario, i predoni stanziali faranno sorvegliare i confini: è la funzione statale della Difesa.
Questa è solo una bozza di teoria dello Stato. Olson non si spinse oltre, sia perché gli premevano di più i risvolti economici (soprattutto gli effetti delle diverse forme di Stato sulla crescita) sia perché morì poco dopo avere terminato il manoscritto.
Il lavoro necessario per una teoria più completa è molto. In particolare, bisogna stabilire come lo Stato sia passato da una fase originaria dove i predoni destinavano gran parte del prelievo alle loro gozzoviglie alla fase moderna dove i politici spendono il grosso delle entrate in servizi ed opere pubbliche. E’ vero, spesso sono spese dissennate e inefficienti. E’ vero, i politici tentano di deviarle verso le loro clientele. Però è innegabile che oggi i governanti abbiano meno privilegi di una volta. Lo Stato si è addomesticato, in parte. Sarebbe interessante capire come sia avvenuto.
Non ho proposte da avanzare, ma può darsi che lo Stato si sia evoluto per semplice selezione naturale. Gli accidenti storici e le stravaganze dei Re, tipiche di chi ha un potere assoluto, possono avere fornito nei millenni una fonte continua di modifiche dello Stato. La selezione può avere agito così: le modifiche che danneggiavano la società impoverivano le casse statali e diventavano insostenibili; le modifiche che alimentavano l’ordine e il benessere si imponevano perché finivano col rafforzare lo Stato stesso.
Probabilmente i predoni nomadi che radevano i villaggi a zero causavano l’estinzione delle comunità che ci abitavano. I predoni stanziali ma avidi anche, perché applicavano aliquote esagerate e rovinavano i sudditi. I predoni stanziali ma moderati vedevano invece prosperare il regno e accrescersi il loro tesoro (guarda caso, il nome di un’altra funzione dello Stato). Quelli che addirittura investivano in infrastrutture diventavano tanto ricchi che creavano un esercito e conquistavano territori nuovi, dove esportavano il loro modello di Stato.
Lo stesso meccanismo può avere sostenuto tutte le innovazioni successive, fino a quelle democratiche. Innovazioni più recenti, come quelle fasciste, naziste e comuniste, si sono invece autodistrutte con guerre folli o per disfacimento interno.
Una delle prove classiche di un’evoluzione è la scoperta di anelli di congiunzione fra le specie. Se lo Stato deriva dalle bande di predoni dobbiamo aspettarci che esistano bande che non hanno completato la trasformazione. E ci sono. Le mafie sono stanziali e infatti svolgono funzioni pubbliche rudimentali in concorrenza con lo Stato ufficiale; forniscono servizi di “protezione”, proteggono i loro quartieri dai malviventi esterni, si propongono ai privati per dirimere le controversie, gestiscono discariche per smaltire i rifiuti.
Inoltre, dobbiamo aspettarci che ci siano Stati ufficiali che eccedono nel predare e lasciano le briciole ai servizi pubblici. E ci sono. Molte delle “repubbliche democratiche” africane soddisfano la descrizione. Rubo il dialogo seguente a “L’economista mascherato” di Tim Harford, che lo usa proprio per illustrare la teoria di Olson (pp. 210-211).
“Mentre la nostra auto procedeva sobbalzando in mezzo alla folla cercai di dare un senso a tutto ciò facendo qualche domanda sul paese a Sam, il conducente.
‘Sam, quand’è stata l’ultima volta che hanno aggiustato le strade?’
‘Le strade non le aggiustano da diciannove anni.’ [...]
‘La gente non si lamenta delle strade?’
‘Si lamenta, ma non è stato fatto niente. Il governo dice che non ci sono soldi. Eppure ci sono un sacco di soldi che arrivano dalla Banca Mondiale e dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’America… ma se li mettono in tasca. Non li spendono per le strade.’
‘Ci sono le elezioni in Camerun?’
‘Sì! Ci sono le elezioni. Il presidente Biya viene sempre rieletto con la maggioranza del 90 per cento.’
‘Il 90 per cento della popolazione vota per il presidente Biya?’
‘No, no. E’ molto impopolare. Però c’è una maggioranza del 90 per cento.’
Conclusione: abbiamo buone ragioni per sospettare che lo Stato nasca dalla violenza e non, come Hobbes affermava, per porvi riparo.
Questa conclusione non ha implicazioni anarchiche. Anzi. Gli anarchici propongono di abolire lo Stato con l’argomento – antihobbesiano – che la società può reggersi sulle sue forze. Secondo gli anarchici le città che ipotizzavo, dove i cittadini mantengono l’ordine senza ricorrere a un Re, sono possibili. Gli anarchici cercano di dimostrare che il mercato potrebbe fornirci tutti i servizi che ci dà ora lo Stato, e in modo più efficiente. Non so se sia vero. So che qualche settimana dopo la nascita di questo paradiso anarchico un Creso si comprerebbe i giudici, i poliziotti e le carceri e inizierebbe a depredare i cittadini. Avremmo buttato via i millenni spesi ad addomesticare lo Stato.
L’implicazione è solo che i governanti non meritano la stima automatica che vorrebbero dai cittadini. Può darsi che lo Stato sia utile, ma non è fra noi per questo motivo. Lo Stato nasce predone. La poltrona su cui siede un governante è lo scranno su cui sedeva un malfattore. Sta al politico riscattare le origini violente del suo potere. I libri di storia ci dicono quanto sangue sia corso. Chi serve lo Stato non ha ancora fatto nulla di buono. L’unica stima che i cittadini gli devono è quella che si merita quando, e non è frequente, le sue azioni sono giuste e convenienti per loro.
Non è violenta solo la storia. Anche oggi lo Stato strappa ai cittadini i proventi del loro lavoro. La pressione fiscale moderna non si allontana granché da quel 50% che ho attribuito ai predoni primordiali. La metà del raccolto. Neanche la tecnica di prelievo si è evoluta molto: il predone vi picchiava se non gli consegnavate il denaro, il fisco vi mette in carcere.
Un governante gestisce soldi che vengono da quello che, comunque lo si chiami, è un furto. Ammettiamo pure che voglia spenderli tutti per i cittadini: è una restituzione, non un atto di generosità. Se lo sembra, è solo perché sappiamo che il governante avrebbe il potere di fare altrimenti. Lo riscrivo: il potere di fare altrimenti. Ci stupiamo vi rinunci per favorire noi. Intimamente, rifiutiamo di crederci. Con questo, dimostriamo di capire lo Stato meglio di quanto lo abbia mai capito Hobbes.
12 risposte finora ↓
Ivo Silvestro // 3 Gennaio 2008 a 9:51 am |
Riflessione interessante.
In realtà non vedo una grossa differenza tra la genesi dello stato di Olson e quella di Hobbes: entrambe prevedono uno stato di natura violento e l’uscita da questo stato tramite il privilegio di uno degli attori.
Certo, per Hobbes c’è un patto, ma non è chiaro quanto per lui questo patto sia un fatto storico: se è una semplice metafora, i racconti di Olson e Hobbes differiscono di poco.
Caminadella // 3 Gennaio 2008 a 11:58 am |
Se la differenza fra le due visioni non emerge, il pezzo è fallito.
Ivo Silvestro // 3 Gennaio 2008 a 12:43 pm |
Le differenze emergono, eccome, nelle conclusioni: da una parte lo stato al servizio (seppur autoritario) del cittadino, dall’altro lo stato sfruttatore intelligente.
Il mio appunto, se così si può chiamare, riguarda il racconto della genesi dello stato: mi chiedo se Hobbes sia stato così ingenuo da pensare come un reale evento storico il famoso patto. Probabilmente Olson e Hobbes hanno in mente gli stessi eventi ma li leggono in due maniere diverse.
Caminadella // 3 Gennaio 2008 a 1:14 pm |
Penso sia chiaro che Hobbes ha in mente un patto reale. Anzi, nel Leviatano riconosce che lo Stato può sorgere in due modi: per acquisition (Olson) e per institution.
“The attaining to this sovereign power is by two ways. One, by natural force: as when a man maketh his children to submit themselves, and their children, to his government, as being able to destroy them if they refuse; or by war subdueth his enemies to his will, giving them their lives on that condition. The other, is when men agree amongst themselves to submit to some man, or assembly of men, voluntarily, on confidence to be protected by him against all others. This latter may be called a political Commonwealth, or Commonwealth by Institution; and the former, a Commonwealth by acquisition. And first, I shall speak of a Commonwealth by institution.”
Il punto è che poi presenta l’acquisition come una variante accidentale dello Stato creato per institution; e tutta la sua teoria politica (fedeltà al sovrano, ecc.) derivano dal secondo.
Se vogliamo, ciò che dico nel pezzo è che (1) la differenza fra acquisition e institution invece è importante, (2) è improbabile che gli Stati siano mai nati per institution, (3) l’acquisition (”when a man maketh his children to submit themselves, and their children, to his government, as being able to destroy them if they refuse”) fa parte ancora dello Stato moderno.
Ivo Silvestro // 3 Gennaio 2008 a 1:37 pm |
Il passo che citi non mi sembra così risolutivo: «when men agree amongst themselves to submit to some man» può benissimo significare che gli sfruttati smettono di reagire e opporsi al sovrano, accettando la sua protezione, cosa che avviene anche per Olson. Non so cosa avesse in mente Hobbes: molto probabilmente hai ragione tu, per quanto l’immagine di uno che va dal bullo di quartiere a dirgli “io mi sottometto a te per porre fine alle violenze” mi suona ridicola, e penso suonasse ridicola anche alle orecchie di Hobbes. Mi sembra più ragionevole pensare a un patto tacito.
Altro appunto: quasi tutti gli uomini si ritrovano con la stato già presente, e per loro non si tratta né di una institution né di una acquisition. Forse tutti gli uomini si sono ritrovati in questa situazione: come fai notare tu, l’uomo è naturalmente (biologicamente) un animale sociale, che vive in branchi con gerarchie sociali già presenti.
Acquisition e Institution sono due facce della stessa medaglia, uno il corollario dell’altro (alla fine concordiamo sui tre punti).
Caminadella // 3 Gennaio 2008 a 3:30 pm |
Che sia un “bullo di quartiere” è un’implicazione inevitabile della teoria di Hobbes. Siamo nello stato di natura: non ci sono ancora polizia, esercito, magistrati. Chi altri potrebbe assumere quel ruolo, di protettore della comunità e della legge, se non qualcuno che è già forte?
Quanto a ritrovarsi nativamente nello Stato, quello è esattamente il caso dell’acquisition: un potere che sta sopra di noi senza che lo abbiamo mai richiesto o accettato. Non a caso Hobbes fa l’esempio dei bambini sottomessi al padre.
V // 10 Gennaio 2008 a 4:59 pm |
Interessante l’idea di Olson: mi pare che risolva anche uno dei punti più opinabili della nascita dello stato hobbesiano, ovvero la coincidenza temporale tra i due pacta che gli uomini devono stipulare per far nascere lo Stato: quello tra loro, che li trasforma in società, e quello con il Sovrano, per il quale diventano sudditi. Invece così non ci sono solo due momenti, ma perfino due soggetti disgiunti: chi si fa società sono i predoni, gruppo tenuto assieme dall’interesse, chi si fa (o meglio, diventa suo malgrado) suddito sono quelle che tu hai definito le “vittime” dei predoni, gruppo sottoposto allo Stato per coercizione o, in seguito, semplice abitudine. Forse – ma forse dico una scemenza – si potrebbe dire che l’institution è il primo momento, e l’acquisition il secondo?
Caminadella // 11 Gennaio 2008 a 12:14 am |
Infatti, la teoria hobbesiana dello Stato richiede che i cittadini siano già corpo sociale nel momento in cui contrattano col Re (o gli “donano” l’obbedienza, come dice Hobbes), col che non si capisce perché si sottomettano a lui invece di eleggere un parlamento o, addirittura, scrivere loro stessi le leggi. Io ho bellamente evitato la difficoltà (”Un gruppo di villaggi nominava una delegazione di anziani e la spediva dal potente locale”).
Comunque la vedo come te: prima l’institution (in piccoli gruppi, dove patti cooperativi possono reggere) e poi l’acquisition (i piccoli gruppi che vanno a sottomettere il resto della collettività).
Berlicche // 12 Settembre 2008 a 2:43 pm |
Pezzo molto interessante, che però lascia fuori una grossa fetta dell’umano. Qui infatti si ragiona dell’uomo a livello di animale: selezione naturale, homo homini lupus. Si tralascia però un fatto: che l’uomo non è solo un animale.
Leggendo la citazione di Harford sentiamo una ripugnanza per la situazione, per quel tipo di governanti. Fossimo solo animali, dovremmo sentire ammirazione per essi, o concepire un piano per prenderne il posto.
Un politico che, quando potrebbe, non ruba, secondo le concezioni di cui sopra è un fallito.
Se intimamente non riusciamo a credere che qualcuno ci riesca o è perchè non riusciamo a credere che l’uomo sia più di un animale o perchè non siamo fiduciosi che riesca a mantenere il suo essere più di un animale; cioè che potendo rubare non rubi, potendo uccidere non uccida, smetta insomma di essere lupo.
Eppure un poco ci crediamo anche noi; non siamo sempre così cinici.
E talvolta, talvolta, la nostra speranza è ben riposta.
L’uomo è un animale che ha speranza, quindi è più di un animale.
Caminadella // 12 Settembre 2008 a 3:29 pm |
Berlicche, non posso rimproverarti di non avere letto il pezzo con cura, visto che era lungo e faticoso. Però, perché dirmi che mi baso su “selezione naturale” e “homo homini lupus”? Ho speso tutta la seconda parte dell’articolo su una teoria, quella di Olson, che attribuisce ai governanti intelligenza, e in particolare la capacità cosciente di autolimitarsi in vista di benefici futuri. E’ una capacità che gli animali non hanno.
Detto per inciso, non condivido neanche l’idea che gli animali siano privi di moralità. Sarei ben felice se qualcuno dei miei conoscenti raggiungesse finalmente gli standard di buona socialità delle scimmie descritte da Frans De Waal in “Naturalmente buoni”.
Berlicche // 15 Settembre 2008 a 6:03 pm |
Probabilmente non ho capito allora il pensiero di Olson così come è sopra esposto. Perchè di lì pare proprio che i governanti si comportino così perchè hanno un tornaconto, ovvero per calcolo di convenienza, predando esattamente come i lupi, solo con un attimino più di intelligenza. E siccome questo consente di avere un margine di vantaggio sui predoni che tutto distruggono, è un modello che si è perpetuato (selezione naturale).
Cito: “Conclusione: abbiamo buone ragioni per sospettare che lo Stato nasca dalla violenza.”
E “può darsi che lo Stato si sia evoluto per semplice selezione naturale”.
Quel’è, esattamente, il punto in cui si esce da “homo homini lupus” e dal meccanismo di selezione naturale, nell’articolo?
Un lupo intelligente è sempre un lupo.
Quello di cui sto parlando io invece è il rinunciare consapevolmente ad un vantaggio. Ovvero, aiutare senza che me ne venga niente in tasca.
Quello che i nostri nonni chiamavano “bontà”, o “misericordia”. Questo sì che è qualcosa che gli animali non hanno. E anche parecchi uomini.
Caminadella // 15 Settembre 2008 a 6:52 pm |
Se parliamo di selezione naturale delle forme di governo, sì, confermo la frase che citi. Se parliamo di selezione naturale nel contesto delle tue osservazioni, che tracciavano un paragone con gli animali, no. Io dico che la selezione naturale delle forme di governo opera su istituzioni, che sono creazioni dell’intelligenza e della cultura, e quindi qualcosa che va al di là delle possibilità degli animali. La politica è un’attività umana, si eleva al di sopra della biologia. Confermo semmai che non si eleva al di sopra degli interessi; ma la cosa per me è molto diversa da dire, come fai tu, che “rimane a livello degli animali”. Per me il lupo intelligente non è un lupo.
Misericordia e bontà: in effetti non sono le mie virtù preferite. Se per esempio uno mi dice “sono stato buono con te” mi esce un fumo visibile dalle orecchie.
Sugli animali che non sono buoni: è vero, e a mio parere è una delle loro qualità. Sono generosi, che è una virtù che si merita molti più punti sul mio personalissimo cartellino.