La descrizione di una notte d’amore.
Appare in “Né di Eva né di Adamo” (p. 40), l’ultimo romanzo di Amélie Nothomb, pubblicato come i precedenti da Voland. La frase è un buon esempio dello stile dell’autrice, che è sempre breve e si fida dell’intelligenza dei lettori.
Nel romanzo, la Nothomb narra il suo fidanzamento con Rinri, un coetaneo giapponese, alla fine degli anni Ottanta. Non fosse per la distanza culturale fra i protagonisti, sarebbe una storia d’amore assai ordinaria: solo uno dei due è innamorato e il finale è meno che imprevedibile.
In effetti, più che narrare la storia, la Nothomb narra i suoi tentativi di capire il misterioso Rinri e, indirettamente, l’intero Giappone. La giovane Amélie (ha ventidue anni all’inizio del romanzo) è raziocinante: studia i gesti, le parole, l’abbigliamento, le case, il cibo, le auto, i riti sociali di chi la circonda, e fa scoperte.
Il mondo della Nothomb non è fatto di cose ma di significati. I bambini che pigolano non sono semplici bambini che pigolano: “pigolavano come per avvisare gli innamorati del futuro di tanto romanticismo” (p. 33), dice Amélie mentre passeggia con Rinri in un parco, dove le famiglie si mescolano alle coppie dei fidanzati.
Una marcia non è una semplice marcia: “Converto in marcia la mia gioia. Ora so perché una musica trionfale si chiama marcia” (p. 118), dice mentre scende dalla montagna dove ha rischiato di morire.
A volte, a furia di cercare la frase lapidaria, la Nothomb si intrombonisce (”un desiderio è tanto più violento quanto se ne ignora l’oggetto”, p. 137) o scivola in teorie di sapore ottocentesco (”abitare in una città con un nome che, per il pianeta intero, è simbolo di morte aveva esaltato in loro la fibra vivente”, p. 67, a proposito degli abitanti di Hiroshima). Ma di norma è acuta, leggera, simpatica. Non giudica. E sa volgere su di sé lo stesso sguardo ironico che volge altrove.
In questi giorni Amélie Nothomb è in Italia. Dopo la visita romana, stasera sarà a Ferrara e domani alla FNAC e alla Mondadori di piazza Duomo a Milano.
6 risposte finora ↓
emmyfinegold // 25 Febbraio 2008 a 5:38 pm |
Bello “si intrombonisce”. Ultimamente mi capita spesso.
Caminadella // 25 Febbraio 2008 a 6:11 pm |
Capita a tutti, finché uno se ne accorge non è grave.
davide l. malesi // 26 Febbraio 2008 a 8:18 am |
Io ero abituato ad altri suoi romanzi scritti con diverso stile, quelli basati su dialoghi serrati e brillanti (tanto da sembrare delle pieces teatrali). Poi ho scoperto che, anche se la Nothomb ha scritto un solo testo apposta per il teatro, i suoi romanzi vengono ridotti e rappresentati molto spesso.
Il fatto che “Né di Eva né di Adamo” sia scritto con uno stile diverso da quello che l’ha resa famosa mi pare una cosa buona, comunque. Vuol dire che si tratta di una scrittrice in crescita, non statica.
Amy // 26 Febbraio 2008 a 9:11 am |
Vien voglia di leggerlo
Caminadella // 26 Febbraio 2008 a 2:33 pm |
Davide: ti credo sulla parola, perché è il primo libro della Nothomb che leggo. Può anche darsi che i dialoghi siano scarni a causa di Rinri, che è il classico giapponese cui bisogna estrarre la parole col cavatappi.
Amy: non mi fido a dare consigli (ognuno ha i suoi gusti) ma, anche se non dovesse piacerti, è un libro svelto che non può fare troppi danni.
davide l. malesi // 26 Febbraio 2008 a 2:50 pm |
A me son piaciuti molto “Stupore e tremori” e “Igiene dell’assassino”, IMHO si vede che li ha scritti in stato di grazia e lavorando bene su materiale di cui aveva esperienza (la multinazionale giapponese di “Stupore e tremori” dà la sensazione di entrarci dentro, il grasso scrittore di “Igiene dell’assassino” è di una crudeltà umanissima). Altri libri, ad es. “Cosmetica del nemico”, mi son sembrati mediocri divertissement. Bisogna comunque considerare che si tratta di una scrittrice molto prolifica, quindi una qualità un po’ altalenante è da prevedersi.