
“Devo confessarvi che a volte mi sono chiesto se in passato il magnetismo che esercitano su di voi le città tedesche ancora esistenti non abbia influito nel distogliere i nostri bombardieri dai loro principali obiettivi tanto quanto le difficoltà tecniche e meteorologiche che mi esponete con tanta abbondanza di parole”.
Da una lettera del novembre 1944 di Sir Charles Portal, capo di stato maggiore della RAF, a Sir Arthur Harris (nella foto), comandante in capo dei bombardieri inglesi e grande fautore della distruzione delle città tedesche durante la seconda guerra mondiale.
Gli “obiettivi principali” di cui parla Sir Portal erano gli impianti petroliferi, che gli Alleati avevano iniziato a colpire nella primavera precedente. Questi attacchi avevano allarmato Albert Speer, che in seguito riferì di avere detto a Hitler: “Il nemico ci ha colpito in uno dei nostri punti più deboli. Se ora persisterà nell’azione, la nostra produzione di carburante diventerà assolutamente trascurabile”.
Sir Harris, che aveva il controllo operativo degli attacchi aerei, desiderava invece bombardare i civili allo scopo di “fiaccarne il morale”. E così fece. Il motivo della lettera di Sir Portal era che, in contrasto con la “strategia del petrolio” decisa dagli Alleati, solo il 10% degli attacchi inglesi di quel periodo aveva colpito gli impianti petroliferi; il 60% era stato diretto sulle città. L’attacco più grave fu quello su Darmstadt, priva di stabilimenti industriali, che fu distrutta dalle bombe incendiarie inglesi (12.000 morti).
Poi, nel febbraio del 1945, furono sempre i bombardieri di Sir Harris a iniziare il terribile bombardamento di Dresda (35 o 40.000 morti, secondo le fonti moderne).
Prendo la lettera e le altre informazioni da “Humanity. Una storia morale del ventesimo secolo” di Jonathan Glover (pp. 100-104). Il libro tenta di rispondere alla domanda: “come è possibile che gli esseri umani, che nella vita quotidiana non sono poi tanto male, abbiano commesso le atrocità cui abbiamo assistito nel Novecento?”. Nei primi capitoli Glover presenta alcuni fatti generali sul comportamento morale; poi li applica alle tragedie del secolo scorso, da Hiroshima ai massacri dei Khmer Rossi, da My Lai alla Rivoluzione Culturale. E’ una lettura appassionante.
15 risposte finora ↓
V // 11 Marzo 2008 a 3:13 pm |
Ti riporto una frase di Hobsbawm, che un po’ mi sembra in tema con l’argomento (che tra l’altro mi appassiona)
“”[...] Tuttavia, c’è qualcosa di più pericoloso [...] che produce illimitata violenza. E’ la convinzione ideologica che ha dominato i conflitti sia interni sia internazionali a partire dal 1914, secondo la quale la causa per cui si combatte è talmente giusta e l’avversario è così terribile che tutti i mezzi per raggiungere la vittoria o evitare la sconfitta diventano non solo legittimi, ma necessari. Ciò significa che sia gli Stati sia i movimenti insurrezionali si sentono moralmente giustificati a compiere atti di barbarie. [...]
Insomma, una conseguenza dell’orrore che gli uomini stessi provano per la guerra. Tutte le volte che ci penso mi intristisco.
Caminadella // 11 Marzo 2008 a 3:46 pm |
Mi intristisco anch’io. La cosa che mi colpisce di più è che accanto ai fuori di testa come Sir “Bomber” Harris, che si abbandonano a un piacere quasi erotico della distruzione, ci siano sempre personaggi che, nonostante abbiano sul piatto d’argento la giustificazione morale per ogni tipo di violenza, mantengono la lucidità per dire: “dobbiamo fare quanto necessario per vincere la guerra e nulla di più”. In questo caso Sir Portal, che teorizzava il bombardamento strategico degli obiettivi industriali e delle infrastrutture. Ciò nonostante gli Harris si impongono.
Gianni // 11 Marzo 2008 a 5:25 pm |
Secondo me la chiave di lettura della particolare virulenza del XX secolo è l’innovazione industriale. Molti sovrani e tiranni avrebbero fatto in passato ben peggio di Hitler, Stalin e della bomba atomica a Hiroshima, ma non avevano le stesse possibilità industriali a disposizione.
Fortunatamente (spero) il fatto di rendersi conto delle possibilità di industrializzazione della distruzione ha creato degli anticorpi, fra cui il movimento pacifista. Uno dei frutti di questi anticorpi è il fatto che, dal 1945, l’Europa ha visto pochissime guerre al suo interno, laddove nei secoli precedenti non passava decennio senza conflitti generalizzati.
Isadora // 11 Marzo 2008 a 7:32 pm |
Complimenti per il post. Quanto alla domanda: gli esseri umani sono in maggioranza “brave persone” singolarmente, ma nel branco sono capaci delle più incredibili efferatezze. È il concetto di delegazione della responsabilità e non è nulla di nuovo. Come dice Gianni, l’industrializzazione ha fatto del suo, ma la violenza non è un fenomeno di questo o dello scorso secolo. Basterebbe leggere la bibbia.
Caminadella // 11 Marzo 2008 a 9:27 pm |
Gianni, mi trovo molto d’accordo con te. Ho incontrato per la prima volta questa idea in “Modernità ed Olocausto”, di Zygmunt Bauman, che mi ha convinto per sempre.
Isadora, grazie. Al branco “Humanity” dedica molto spazio, soprattutto per il massacro di My Lai e quelli in Bosnia. Purtroppo poi ci sono anche il problema della neutralizzazione morale dell’uccisione a distanza (Hiroshima), degli effetti del tribalismo (Rwanda), del fideismo (Stalin e Mao) e, ahinoi, altri ancora.
davide l. malesi // 12 Marzo 2008 a 11:14 am |
Tra l’altro, le idee di Harris furono nefaste anche per gli Alleati. Le missioni contro le città tedesche pagavano, in termini di perdite, un prezzo allucinante (e te lo credo: i grandi centri abitati ospitavano densissime installazioni contraeree, peraltro molto efficienti). I tedeschi avevano poi organizzato unità di caccia specializzati nell’attaccare le formazioni di bombardieri, con innovazioni tecnologiche come i cannoni installati all’insù dei Me-110 puntati (le cosiddette cannoniere “Schrage Musik”): col risultato che i colpi finivano sul vano bombe dei bombardieri alleati, con le conseguenze facilmente immaginabili. I tedeschi sapevano che le perdite del Bomber Command di Harris erano allucinanti (in percentuale, le più alte di tutta la guerra) e non si capacitavano del fatto che gli Alleati non subissero alcuno choc psicologico. Assai cinicamente, il Bomber Command di Harris selezionava per i propri equipaggi pochi inglesi e molti aviatori del Commonwealth (ma anche cechi, polacchi, francesi etc.) al fine di non suscitare il risentimento della popolazione britannica per le perdite.
Caminadella // 12 Marzo 2008 a 11:26 am |
Davide, ti vedo documentatissimo. Il libro di Glover parla anche di questo. Si calcola che siano morti in missione circa 50.000 dei 125.000 uomini complessivamente impiegati sui bombardieri inglesi nel corso della guerra. Altri diecimila furono feriti o fatti prigionieri. Fra l’altro, buttarsi col paracadute agli aviatori inglesi serviva poco, perché atterravano in città, o nei pressi, ed erano regolarmente linciati dalla popolazione inferocita.
davide l. malesi // 12 Marzo 2008 a 12:02 pm |
Non solo serviva poco, ma non ci riusciva quasi nessuno. Era quasi impossibile lanciarsi da un Lancaster: il portello anteriore era troppo stretto, e il mitragliere di coda restava generalmente intrappolato nella torretta (dove non c’era spazio per il paracadute che doveva essere lasciato nella fusoliera!) ma di questo non si parlava, né si facevano esercitazioni realistiche. Solo il 15 per cento degli equipaggi di aerei abbattuti si salvò.
Era un argomento tabù al punto che rimase tale anche dopo la guerra: mentre i bombardieri a getto americani avevano seggiolini eiettabili per tutto l’equipaggio, quelli inglesi li avevano solo per i due piloti. Gli altri dell’equipaggio dovevano tentare di lanciarsi da un portello che era piccolo in tutti i casi e che, nel caso del Victor, era davanti ad una delle prese d’aria dei motori…
Comunque anche i seggiolini eiettabili degli americani, malgrado la buona volontà, servivano – nei fatti – a ben poco: in generale, o l’equipaggio si lanciava quando l’aereo era ancora in assetto accettabile, livellato o quasi, o si veniva schizzati in direzioni assurde (talora perfino contro altri aerei, vista la densità delle formazioni): era facile esser presi in refoli e correnti che, con l’assetto sbagliato del seggiolino, impedivano l’apertura del paracadute.
Caminadella // 12 Marzo 2008 a 12:06 pm |
Già. Credo che questo metta in una luce diversa il caso dei kamikaze giapponesi, che in genere sono presentati come pazzi fanatici. Forse erano solo aviatori che sapevano che la loro vita valeva poco.
Roberto // 13 Marzo 2008 a 9:37 am |
Molti aspetti delle questione descritti nel post e nei commenti li avevo gia’ letti in un libro di Freeman Dyson, fisico inglese che collaboro` con Feynman – credo si tratti di “Turbare l’Universo”. Dyson lavoro’ al comando dei bombardieri inglesi durante la guerra come consulente scientifico. Mi ricordo che nel libro analizza impietosamente le assurdita’ della logica militare. E non solo. Forse ancora piu’ interessante e’ la descrizione di come le convinzioni di una persona “normale”, anche con forti preoccupazioni morali, possano essere influenzate dalle opinioni prevalenti nella societa’ in cui vive, specie in periodi di conflitto. Ho ritrovato in rete un commento di Dyson in proposito, che traduco malamente:
All’inizio della Guerra, ero un seguace di Ghandi, opposto moralmente ad ogni tipo di violenza. Dopo un anno di guerra dicevo – “Sfortunatamente sembra che i bombardamenti siano necessari per vincere la guerra, ma mi oppongo moralmente ai bombardamenti indiscriminati sulle citta’.”
Quando arrivai al comando bombardieri e scoprii che stavamo bombardando le citta’, dissi “ E’ moralmente giustificato, dato che ci aiuta a vincere la guerra.”
Un anno dopo dicevo, “ I bombardamenti non sono utili per vincere la guerra, ma almeno io sto aiutando a salvare le vite dei nostri aviatori.”
Nell’ultima primavera del conflitto, non mi erano rimaste piu’ ne’ scuse ne’ una posizione morale.
Caminadella // 13 Marzo 2008 a 9:42 am |
Roberto, grazie del contributo. Questa citazione di Dyson è fantastica.
sgrignapola // 15 Marzo 2008 a 8:05 pm |
Curiosamente anche i tedeschi fecero la stessa cosa. Spostarono i target dei raid aerei, dagli aeroporti e obiettivi militari alle citta’. Cosi’ persero la battaglia di Inghilterra.
Caminadella // 15 Marzo 2008 a 8:13 pm |
Viene di nuovo a fagiolo Speer, che concluse il discorso sul carburante che fece a Hitler con: “La nostra sola speranza sta nel fatto che dall’altra parte abbiano uno stato maggiore dell’aeronautica fatto di scervellati come il nostro”.
Neanche la minima traccia « Universi paralleli // 25 Marzo 2008 a 11:18 am |
[...] letto la frase in “Humanity” di Jonathan Glover (p. 321), di cui ho già parlato. A sua volta, Glover attinge al celebre “Il grande terrore” di Robert [...]
Vonnegut and the Arrow of Time « Gravitas Free Zone Weblog // 6 Maggio 2008 a 11:01 pm |
[...] time ago, triggered by a post on Universi Paralleli, I started re-reading Kurt Vonnegut’s Slaughterhouse Five. As everybody [...]