“Si disegna il bersaglio dove la freccia si conficca, e tutti hanno sempre lo stesso punteggio”.
Il succo della prassi postmodernista di reputare vera qualunque opinione perché esprime il mondo di chi la professa.
La frase è del filosofo inglese Simon Blackburn (nella foto); appare in “Religion and respect” (pdf, p. 3), dove argomenta che i sentimenti religiosi, per quanto i credenti si straccino le vesti ogni volta che si sentono offesi, non meritano speciale rispetto.
Tornando alla frase: uno dei problemi del postmodernismo è che, mentre irride l’idea che le parole siano uno specchio della realtà, prende per buona la fantasia che le opinioni esprimano i vissuti, i valori, le visioni di chi le sostiene. Spesso, invece, i parlanti scoccano le loro frecce abbastanza a casaccio. Tenere fermo il bersaglio non è una violenza contro di loro, ma un modo di aiutarli ad aggiustare la mira.
“Si disegna il bersaglio dove la freccia si conficca, e tutti hanno sempre lo stesso punteggio”.
11 risposte finora ↓
s|a // 17 Marzo 2008 a 9:13 pm |
La doxa in effetti sta un bel po’ al di sotto dell’episteme – per non dire dell’aletheia… Ma l’episteme, come sapere incontrovertibile e che si regge su se stesso (Severino, credo) è proprio ciò che sfocia nell’autoreferenza delle specializzazioni che modernità (e postmodernità poi) hanno implementato.
La postmodernità ha forse solo esplicitato la tendenza già iscritta nel moderno a considerare la verità poco meno che un gioco linguistico. Insomma, tutti possono opinare – anything goes, per dirla con Feyerabend – e sulla verità poi ci si mette d’accordo. A volte vince il più forte, la verità è del più potente, o efficace. Quando Nietzsche la definiva un pugno di metafore e antropomorfirsi, e il mondo una favola, diceva qualcosa di terribile, nominava l’assenza di fondamento. Ma ciò è anche una grande sfida per l’uomo a narrare (a creare) il mondo sempre in maniera diversa. Vorrei migliore.
davide l. malesi // 18 Marzo 2008 a 9:12 am |
Mi sembra più realistico dire che, nel contesto della postmodernità, la sfida che generalmente l’individuo si pone è quella di creare un mondo ove a migliorare sia la sua propria condizione personale. La morte delle ideologie (fatto, in sé, IMHO apprezzabile) ha prodotto anche la morte della solidarietà e del senso civico (fatto, in sé, IMHO disastroso). Di conseguenza, può darsi che la solidarietà e il senso civico siano costrutti ideologici.
Ma forse la mia è una visione eccessivamente cinica.
s|a // 18 Marzo 2008 a 12:06 pm |
Il cinismo assedia di fatto l’uomo postmoderno. Quell’ironia costante di chi non può più essere assertivo e serio nello stesso tempo. E quindi sfiora, come direbbe Jankélévich. Il tuo non mi sembra cinismo ma, come dici, realismo. Sono d’accordo che la morte delle ideologie è stata cosa buona, e le rimpiangeranno davvero solo quelli per cui l’ideologia era l’identità. E dico “era” con tutta la forza della copula. È vero purtroppo che i vuoti si possono riempire di spazzatura. Di fatto adesso siamo in epoca premoderna: religione, etnie, piccole patrie inventate…
Caminadella // 18 Marzo 2008 a 1:24 pm |
S/a: confesso di non seguirti. E’ colpa mia, più invecchio più impigrisco.
Davide: ma sarà vero che la morte delle ideologie ha prodotto anche la morte del senso civico e della solidarietà? Soprattutto: sarà vero che una volta c’erano? Gli anni in cui gli italiani erano tutti comunisti o buoni cristiani non furono anche agli anni della cementificazione selvaggia, del magna magna della cassa del mezzogiorno, del portare i soldi in Svizzera?
s|a // 18 Marzo 2008 a 3:41 pm |
No caro, mea culpa. Se non ti seguono la colpa è tua che non sai essere chiaro, mi hanno insegnato. Forse ho messo troppe cose in poche righe, saltando passaggi logici. Adesso mi tolgo dalle balle e lascio spazio agli altri…
Ciao!
Caminadella // 18 Marzo 2008 a 3:59 pm |
Non prendertela, devi tenere conto anche del mio profilo (Filter).
s|a // 18 Marzo 2008 a 4:49 pm |
“Ama [...] la filosofia (ma odia i continentali)”: ricevuto… Adesso mi tolgo davvero dalle balle! giuro!
Caminadella // 18 Marzo 2008 a 4:55 pm |
Ma no, resta, basta che non mi citi più Severino…
davide l. malesi // 19 Marzo 2008 a 8:27 am |
“Gli anni in cui gli italiani erano tutti comunisti o buoni cristiani non furono anche agli anni della cementificazione selvaggia, del magna magna della cassa del mezzogiorno, del portare i soldi in Svizzera?”. Sì, e infatti nessuno dice che avidità, arrivismo e ladroneria fossero svaniti di colpo. Ma furono anche gli anni dei grandi movimenti sindacali; della emancipazione femminile; delle grandi lotte sociali (diritto alla casa, autoriduzione delle bollette, etc. etc.) e delle lotte per i diritti civili (divorzio, aborto, abolizione del delitto d’onore, de-militarizzazione della polizia di Stato…).
davide l. malesi // 19 Marzo 2008 a 9:07 am |
- mi riferisco, a ben pensarci, anche al clima di cui parla Alessandro Portelli in questa intervista che gli ho fatto l’anno scorso
http://www.licenziamentodelpoeta.splinder.com/post/12531479
Caminadella // 19 Marzo 2008 a 2:16 pm |
Siamo nel territorio del “big thinking”: le grandi determinanti della storia. Io qui sono un po’ marxista: credo che i cambiamenti della vita materiale precedano le ideologie. Per esempio, che la pillola e l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro vengano prima del femminismo. Ma il big thinking è complicato, quindi evito di mettere arti sul fuoco.
Molto bella la tua intervista a Portelli, comunque.