
“Purtroppo, l’agricoltura industriale su larga scala non è romantica”.
L’economista Paul Collier, a proposito dell’insistere delle organizzazioni internazionali sul modello delle piccole coltivazioni “a misura di contadino” nonostante l’agricoltura sia un settore ad economie di scala.
Collier riferisce che, grazie a queste organizzazioni, oggi in Africa l’agricoltura industriale è meno diffusa di quanto lo fosse cinquant’anni fa.
L’articolo di Collier, che è la cosa migliore che mi sia capitato di leggere sulla catastrofe alimentare in corso, è apparso come commento a questo articolo di Martin Wolf su FT.
Il fascino delle piccole coltivazioni è particolarmente forte in Italia. Per esempio, Slow Food dice che c’è un solo modo per rispondere all’esplosione mondiale della domanda di cibo: l’autarchia dei contadini. Dopo di che, anche i grandi coltivatori dei paesi sviluppati potranno tornare ai piccoli appezzamenti.
“L’80% dei tre miliardi di persone che vivono sotto la soglia di povertà abitano in zone rurali, e la maggior parte sono contadini. Si tratta di incoraggiarli a produrre per nutrirsi piuttosto che per il mercato estero…
Lo sviluppo dell’agricoltura di sussistenza non è più quindi un ripiego marginale, ma l’obiettivo urgente e prioritario che deve darsi la comunità internazionale… solo se la domanda di cibo in Africa e in Asia sarà soddisfatta localmente, i grandi produttori del Nord del mondo potranno a loro volta modificare radicalmente le politiche agricole nel senso che l’emergenza ambientale richiede: più qualità e meno inquinamento, più rispetto per la terra, maggiore sviluppo dei circuiti locali” (Paola Nano, “L’obiettivo strategico è coltivare per mangiare“, La Stampa, 4 maggio 2008, p. 27).
Nel frattempo il Brasile, che ha scelto il modello delle coltivazioni meccanizzate su larga scala, è diventato uno dei silos del mondo.

7 responses so far ↓
davide l. malesi // 7 Maggio 2008 at 1:09 am
Tra l’altro, ci sono Paesi africani la cui economia ha subito un vero tracollo da quando l’agricoltura meccanizzata di grandi appezzamenti è stata rimpiazzata da quella di sussistenza. Lo Zimbabwe è un caso clamoroso: la riforma agraria di Mugabe ha ammazzato più gente della guerra, riducendo la popolazione alla fame. La cosa incredibile è che questi fatti sono sotto gli occhi di tutti, eppure c’è ancora gente che parla bene dell’agricoltura di sussistenza, che condanna - nel migliore dei casi - le popolazioni che la praticano al vassallaggio e alla povertà (non si capisce come, dedicando tutti i loro sforzi alla sussistenza, potrebbero procurarsi altri beni sul mercato o garantire i servizi pubblici essenziali: scuole, sanità, forze armate).
Caminadella // 7 Maggio 2008 at 8:21 am
“Non si capisce come, dedicando tutti i loro sforzi alla sussistenza, potrebbero procurarsi altri beni sul mercato o garantire i servizi pubblici essenziali: scuole, sanità, forze armate”.
Infatti.
Ma probabilmente quelli di Slow Food ti risponderanno che i vecchi contadini trasmettevano ai giovani la saggezza dei padri, sapevano curarsi con le erbe medicinali e si univano in gruppi solidali (scusa, Doro) per difendersi dagli aggressori.
davide l. malesi // 7 Maggio 2008 at 8:46 am
Più verosimilmente: erano in larga misura analfabeti, morivano facilmente di malattia, e venivano tenuti in condizione di asservimento da feudatari bene armati :))))
doro // 8 Maggio 2008 at 10:48 am
non credo che il problema risieda nella capacità di sfruttare sempre più le risorse naturali, ché già siamo vicini al collasso; semmai in una equa distribuzione dei beni.
esiste già un eccesso di produzione alimentare, mentre sempre più persone muoino di fame o vivono in condizioni disperate.
per quel che riguarda l’osservazione sulla creazione e l’organizzazione dei servizi: nell’articolo citato si parla di “agricoltura di sussistenza”. ora, per quanto una comunità possa definirsi rurale, esisterà pur sempre una varietà di mestieri e una diversificazione dei ruoli e delle mansioni. il contadino farà il contadino, il maestro farà il maestro, il medico il medico.
di economia non capisco nulla, ma ritengo improbabile che con “sussistenza” qui si voglia intendere letteralmente “sopravvivenza”. non avrebbe senso.
Caminadella // 8 Maggio 2008 at 11:43 am
Doro, è un piacere rivederti.
Ma bando ai convenevoli. Come definizione, per agricoltura “di sussistenza” si intende quella che non prevede scambio di prodotti. I contadini mangiano quello che producono. E’ una cosa arcaica, che fra l’altro non appartiene alla tradizione alimentare che ha in mente Slow Food. In Italia, è almeno dai tempi dei Romani che i nostri contadini producono per vendere il raccolto.
All’agricoltura di sussistenza si dedica l’intera famiglia del contadino, compresi i bambini. Detto per inciso, uno degli effetti della crisi attuale è proprio il declino della frequenza scolastica. I medici e il maestro o li paga lo Stato o non ci sono. E, quel che è peggio, non ci sono neanche i soldi per comprarsi macchine agricole o pesticidi o erbicidi. Il che vuol dire che al di fuori di certe regioni dove la terra è generosissima, la produttività è bassa e la famiglia se ne sta tutto il giorno nei campi. I bambini e le donne sono adibiti a strappare le erbacce. La “sopravvivenza” è il risultato che si ottiene quando tutto va bene, per esempio non c’è una carestia.
Equa distribuzione: piacerebbe anche a me (davvero), ma come? Diciamo ai poveri che mangeranno quando il mondo sarà giusto? Nel frattempo, non è meglio che i paesi africani si rendano autonomi sul piano alimentare, sfruttando le risorse che hanno come ha fatto il Brasile? Non dovremmo aiutarli a muoversi in quella direzione, invece che verso modelli che noi abbiamo abbandonato all’epoca di Romolo e Remo?
Eccesso di produzione: poteva essere vero anni fa, quando infatti i prezzi delle materie prime alimentari erano bassissimi, ma oggi la domanda è cresciuta. C’è più popolazione, ed è popolazione che vuole mangiare meglio. I Cinesi vogliono le bistecche, e c’è un rapporto 6:1 fra i pascoli necessari a produrre un chilo di carne e le terre necessarie a produrre un chilo di frumento (le mucche hanno l’efficienza che hanno).
Poi, senz’altro, si può aggiungere che spostare parte della produzione mondiale dai cereali ai biofuel non è stata una grande idea.
doro // 9 Maggio 2008 at 6:52 pm
mannaggia a me e a quando mi scappa di esprimere opinioni (ci sono pure due refusi tremendi) su temi di cui non so nulla. stavolta però è tutta colpa tua, nic. mi c’hai tirato dentro per i capelli.
tuttavia (ecco, ora ci ricasco, sta’ a guardare), sarebbe interessante sapere se in brasile questa scelta abbia davvero determinato una diminuzione del tasso di povertà e di malnutrizione. e in quale percentuale la produzione di queste piantagioni su larga scala (di proprietà di pochi fortunati proprietari terrieri? controllate da imprese multinazionali? gestite dallo stato? …ehm …da cooperative di campesinos?) sia stata destinata al fabbisogno interno piuttosto che al mercato estero. e quali siano stati gli esiti in termini di inquinamento per un utilizzo di fertilizzanti e pesticidi sottoposto a norme di tutela ambientale tutt’altro che rigide. e quali, ancora, siano state le conseguenze sociali in termini di sfruttamento della forza lavoro locale.
comunque, il piacere è tutto mio, caminadella.
Caminadella // 9 Maggio 2008 at 9:00 pm
Domande importanti. Ti dico quello che so:
- l’agricoltura brasiliana è sia destinata all’esportazione (caffè e soia, per esempio) sia ai consumi interni; per esempio, quando è esploso il prezzo del riso hanno potuto permettersi di chiudere le frontiere;
- agricoltura su larga scala significa grandi fazendas, e necessità dei campesinos di trovarsi altri lavori; il passaggio all’agricoltura industriale porta sempre alla fuga delle campagne; il problema è se l’economia ha altri posti di lavoro per assorbire occupati; da questo punto di vista, OK, il Brasile è tuttora un disastro (vedi favelas);
- sui pesticidi, mi spiace, quando tutti accetteranno gli OGM potremo permetterci le coltivazioni biologiche di massa; adesso non ci sono alternative ai fitofarmaci. Le mie esperienze di coltivatore diretto si limitano alla mia terrazza, ma mi permetto di dirti: sai che piaga d’Egitto diventano gli acari, gli afidi, i moscerini bianchi, i bruchi, le chioccioline, le lumache e tutte le altre pesti che il Creatore ha voluto se non le combatti con un buon prodotto di qualche nota azienda tedesca?
E non farmi parlare delle muffe.
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