Non diamo del moralista a un genitore che si infuria perché suo figlio gli ha raccontato una bugia. Né chiamiamo moralista chi invoca la castrazione chimica degli stupratori. Quando c’è un male (la bugia, lo stupro) capiamo chi si indigna, anche quando non condividiamo la sua reazione.
A sua volta, il colpevole evita di dare del moralista a chi lo rimprovera, perché sarebbe un modo spudorato di negare il delitto. L’unica eccezione che ricordo è la classe politica italiana della fine degli anni Ottanta, quando iniziava a circolare la voce che molti dirigenti di partito intascassero tangenti. Invece di dire che la voce era falsa, questi dirigenti accusavano i loro critici di essere moralisti. Alcuni leader del partito socialista arrivarono a dire in pubblico “quando sento la parola morale porto la mano alla pistola”. Questa irrisione dell’etica è un segno che il colpevole è sicuro dell’impunità. Nel caso era una sicurezza infondata. Pochi anni dopo scoppiarono gli scandali di Tangentopoli e questi politici furono portati in tribunale a furor di popolo. In aula non davano più del moralista a nessuno.
Quando, allora, chiamiamo qualcuno moralista? Il caso comune è quello dove:
- siete in buona coscienza, cioè pensate che la vostra condotta sia lecita, o lodevole, e vi sembra assurdo che qualcuno se ne possa indignare;
- qualcuno se ne indigna.
Di solito, questo qualcuno si indigna non solo della vostra condotta, ma del fatto stesso che la giudichiate accettabile, cosa che prova il vostro degrado.
Moralista è il nome che diamo a questi indignati.
Il moralismo fiorisce quando una società si frammenta in gruppi con convinzioni morali diverse, ciò che capita appena la società supera le dimensioni di un villaggio. I gruppi possono divergere riguardo a cosa è puro e cosa è impuro, soprattutto in materia di sesso. Altri conflitti sorgono nello stabilire le cose autorevoli: quelle che per un gruppo sono tradizioni sacre, per un altro sono costumi da superare; i personaggi che un gruppo venera sono i protagonisti delle barzellette di un altro. Dato che le cose autorevoli suscitano emozioni, e le emozioni si fanno beffe della riflessione, ne possono derivare scontri che di per sé sono assurdi. Per esempio, un cattolico può indignarsi che un ateo non rispetti il papa.
Altre volte il moralista invade quella che Alexander Bain definiva la “ampia sfera propria della scelta individuale e della autodirezione cui non si applicano i principi etici”. E’ la sfera dove vi sentite autorizzati a seguire le vostre predilezioni. Ciò non impedisce alla gente di giudicare le vostre scelte: abbiamo così i moralisti che vi dicono che dovreste visitare i musei invece di concedervi futili vacanze al mare.
Il moralismo fa l’infelicità sia del moralista sia delle sue vittime. Il moralista vuole che siate come lui (o come lui immagina di essere). Voi non lo siete. Quando se ne accorge, il moralista cade in una o l’altra di una serie di pose. Ce ne sono molte, e possiamo classificare i moralisti a seconda di quale usano di più. L’elenco non è completo.
(a) Il moralista lagnoso. Parla di voi con voce afflitta, mostrandosi ferito della vostra condotta. Il moralista lagnoso pare credere che ce l’abbiate con lui; che, per esempio, siate gay al fine di dargli un dispiacere.
(b) Il moralista orgoglioso. Reagisce come se voi ed altri congiurati steste cercando di fargli abbandonare le sue convinzioni. E’ il cattolico che porta moglie e figli a manifestare contro i diritti dei conviventi innalzando il cartello “Io alla famiglia non rinuncio!”.
(c) Il moralista punitivo. Si rallegra quando qualcosa vi va storto, ciò che dimostra che aveva ragione lui. E’ contrario alla fecondazione artificiale e appena a una coppia che la usa capita un aborto spontaneo inizia a pontificare sul capriccio di volere un bambino a tutti i costi. Oppure è felice che il tempo cattivo vi abbia rovinato le vacanze al mare, un rischio che non avreste corso se foste andati per musei come suggeriva lui.
(d) Il moralista paternalista. Cerca di aiutarvi a cambiare. Se siete gay, vi spiega che si può guarire. Se volete andare al mare, vi regala una buona guida sui musei. Quando gli dite che gli uomini vi piacciono, e il mare pure, crede di avere sbagliato tattica e si mette a pensarne un’altra.
(e) Il moralista dispotico. Dice che se continuate a comportarvi come fate lo costringerete a prendere provvedimenti. E’ vostra madre, il vostro capo, un governante. A volte la minaccia è retorica. Più spesso il moralista dispotico prende davvero i provvedimenti, come fanno i governi musulmani che infliggono fustigazioni, il carcere, o persino la morte, a chi viola i costumi prescritti dal Corano.
(f) Il moralista soave. Si atteggia a santità per farvi venire la voglia di essere come lui. E’ il prete dalla voce melliflua, è la donna che parla come se fosse un angelo anche quando vi chiede di chiudere la porta.
Queste pose sono inefficaci. Il risultato principale dei moralisti è rendersi sgradevoli alla gente, che gira volentieri al largo da loro. L’unico moralista di successo è quello dispotico. Ma anche lui ha l’amaro in bocca, perché vede che gli altri ubbidiscono per paura. Non a caso, nei dipinti il moralista è corrucciato.
Inoltre, i moralisti emanano il puzzo dell’ipocrisia. Le loro vittime amano affermare che i moralisti invidiano la gente libera. H. L. Mencken definì il puritanesimo – una forma estrema di moralismo – “la paura ossessiva che qualcuno, in qualche luogo, possa essere felice”.
Per esempio, dubito che un cattolico sarebbe contento di sentirsi dire da sua moglie “Sto con te perché la famiglia è indissolubile”. Sarebbe come dire che altrimenti se ne sarebbe già andata. Immagino che un cattolico, come tutti gli uomini, preferisca sentirsi dire “Sono contenta di stare con te”. Anzi, sono sicuro che se la moglie gli dicesse “Vorrei vivere per sempre con te anche se fossimo semplici conviventi” si sentirebbe lusingato. Se, come me, faticate a immaginarvi una moglie cattolica dire una frase simile, capite cosa ci sia di sospetto nel moralismo.
8 risposte finora ↓
Non molto credente : Il puzzo dell’ipocrisia // 3 Giugno 2008 a 2:16 pm |
[...] Caminadella, Moralismo [...]
finO // 8 Giugno 2008 a 11:41 pm |
La chiarezza come una delle belle arti.
Caminadella // 9 Giugno 2008 a 8:13 am |
Se per caso significa che il pezzo è chiaro, grazie, è un complimento che apprezzo molto.
finO // 9 Giugno 2008 a 11:00 pm |
Come “per caso”, e certo che volevo dire quello, anzi che qui si fa dell’arte della chiarezza. Non sono stato chiaro?
Caminadella // 9 Giugno 2008 a 11:05 pm |
Chiarissimo, è che volevo farmelo dire un’altra volta.
ENTJ // 13 Giugno 2008 a 2:57 pm |
Discussione molto interessante. Il seguente passo:
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mi ha suggerito un’analogia con il meccanismo mentale della fede religiosa. La prerogativa della fede è credere senza evidenza. Chi ha fede dice che per credere non ha alcun bisogno di prove, e quest’ atteggiamento è di per sé una virtù (si pensi alla parabola di San Tommaso).
Prendendo a prestito un esempio di Sam Harris, supponiamo che un uomo molto pio abbia il figlioletto gravemente malato di cancro. L’uomo prega intensamente per la guarigione del figlio e dopo molte preghiere il figlio effettivamente guarisce. Trascuriamo qui la discussione medica sul rapporto causa-effetto: ci interessa solo vedere come l’uomo pio reagisce a questo evento, che ritiene a ragione o a torto positivamente correlato con la guarigione del figlio.
E’ sicuro che l’uomo lo prenderà come prova che Dio esiste, in quanto ha esaudito le sue preghiere. Improvvisamente l’uomo pio si è trasformato in un San Tommaso che si sente autorizzato a trarre conclusioni dall’evidenza.
Come nel caso del moralismo, ci troviamo di fronte ad un doppio standard. La posizione di default è sempre quella basata sull’evidenza: se vedo che mia moglie mi ama, non ho bisogno di invocare l’indissolubilità della famiglia; se vedo che mio figlio guarisce con una preghiera non ho bisogno di aver fede, ho i fatti di fronte a me.
E’ solo quando l’evidenza viene a mancare che partiamo per la tangente del moralismo o della fede.
ENTJ // 13 Giugno 2008 a 3:01 pm |
Oops, vedo che la citazione tra apici nel commento qui sopra è stata tagliata per errore, il passo in questione era questo:
Per esempio, dubito che un cattolico sarebbe contento di sentirsi dire da sua moglie “Sto con te perché la famiglia è indissolubile”. Sarebbe come dire che altrimenti se ne sarebbe già andata. Immagino che un cattolico, come tutti gli uomini, preferisca sentirsi dire “Sono contenta di stare con te”.
Caminadella // 13 Giugno 2008 a 6:58 pm |
Sì, vedo l’analogia: il valore della famiglia come salvataggio esistenziale cui si ricorre quando il matrimonio va male. Però non sono sicuro che sia qualcosa di specifico alla religione. C’è gente che vanta il valore dell’onestà come consolazione dopo essersi presa un mucchio di fregature.