E’ l’emozione che a volte, in certe persone più spesso che in altre, segue all’essere in colpa.
Questa emozione mescola:
- il dispiacere che il fatto sia accaduto;
- il disprezzo di se stessi per non averlo evitato;
- la fantasia di tornare indietro nel tempo e aggiustare tutto.
Questa emozione sorge nel colpevole dopo che lo hanno scoperto, o quando si accorge che presto lo scopriranno. Gli psicologi dicono che il senso di colpa deriva dal timore della punizione, o dalla vergogna per ciò che gli altri potrebbero pensare di noi. D’altronde, se il il senso di colpa derivasse dall’immoralità dell’azione, sarebbe sorto mentre il colpevole stava per farla e si sarebbe fermato in tempo.
Il senso di colpa è doloroso: il colpevole cerca di spegnerlo sul nascere o di scacciarlo se è riuscito a impadronirsi di lui. Una soluzione è presentarsi alla vittima e chiedere scusa. Un’altra soluzione è rimuginare sull’accaduto fin quando il senso di colpa se ne va. Il filosofo americano Ralph Waldo Emerson disse “Un uomo solo è sincero; quando entra una seconda persona l’ipocrisia comincia”. Si sbagliava: siamo ipocriti anche quando dialoghiamo con noi stessi. I rimuginamenti per scacciare il senso di colpa ne sono una dimostrazione. Ecco qualche tecnica usata dai colpevoli in questi rimuginamenti.
Espiazione privata: il colpevole si convince che sta male per quanto è successo, tanto male che ha già scontato la pena. Chiedere scusa alla vittima, o offrirle una riparazione, sarebbe un eccesso; il colpevole preverrà ogni richiesta della vittima dicendole “guarda, ho sofferto io più di te”.
Compensazione: il colpevole medita sui danni che la vittima gli ha causato in passato, ingigantendoli se necessario, così che bilancino il danno che ora ha causato a lei. Se il colpevole non ha avuto rapporti precedenti con la vittima, si concentrerà sulle mancanze in cui lei potrebbe cadere da un momento all’altro, per esempio mentre protesta. Allora il colpevole le dice: “mi ferisce come reagisci”.
Egocentrismo: il colpevole si dice che in fondo della vittima non gli importa nulla. Se fino ad allora era sicuro del contrario, si convincerà di essersi sbagliato. Esempio: l’uomo che lascia la fidanzata pur di non chiederle scusa.
Negazione dell’errore: il colpevole decide che la vittima è uno stronzo e si congratula di avergli fatto un danno, anche se in origine non era questa la sua intenzione. Quando la vittima si lamenta, il colpevole ne regge lo sguardo e, in silenzio, lascia intendere che non ha agito senza un motivo.
Negazione del danno: il colpevole sviluppa la certezza ottimistica che la vittima non subirà conseguenze serie. Esempio: il colpevole licenzia un operaio cinquantenne e lo rassicura dicendogli che troverà subito un altro lavoro.
Negazione della vittima: il colpevole scherza sulla brutta azione che ha commesso e irride la vittima perché ci è rimasta male; è una tecnica usata nelle colpe verso i bambini e chi non può reagire.
Fatalismo: il colpevole conclude che forze superiori governano il mondo e sono le vere responsabili di quanto è successo. Sospetta non sia un caso che abbiano voluto far soffrire la vittima.
Accettazione profonda: il colpevole si dice che è sempre stato un miserabile. Cosa può cambiare una colpa in più? Il colpevole trova vano anche un gesto di riparazione, perché non guarirebbe certo la sua natura corrotta.
Sostituzione delle vittima: il colpevole pensa che la vera vittima è chi aveva avuto sempre fiducia in lui. Così si scusa con gli amici e i parenti, invece che con chi ha subito materialmente il danno. E’ una tecnica diffusa fra i credenti, che considerano ogni colpa un’offesa a Dio, e si spiegano con lui. Se il Papa è costretto a scusarsi per i preti pedofili, dice che hanno tradito la missione della Chiesa, non che hanno tradito i bambini.
Generalizzazione: il colpevole si dice che molti sono caduti nella sua stessa colpa. Ciò che gliela fa sembrare meno grave, forse perché il senso di colpa viene dal timore della punizione, e punire molti è più difficile che punire uno solo. Anche questa tecnica è amata dai credenti, che dicono più spesso “siamo tutti peccatori” che “sono un peccatore”. Può darsi che i credenti facciano male i loro conti: se ci sarà una valle di Giosafat, per un Dio onnipotente le punizioni di massa non saranno un problema.
Supponiamo che un individuo (lo chiameremo “marito” ) si comporti nei confronti della sua vittima (che chiameremo “moglie” ) con un mix di queste tecniche, ed in particolare attraverso compensazione e negazione dell’errore; così unendo al danno già fatto ulteriori forme di offesa e di sfida e quindi esasperando “moglie”.
Supponendo che valga comunque la pena di salvare il loro rapporto, esiste un antidoto alle tecniche di “marito”, secondo te?
E’ una domanda interessante. Una tecnica che spesso funziona bene contro i comportamenti aggressivi (e sicuramente la compensazione e la negazione del danno lo sono) è dare ragione all’aggressore. Per esempio, la moglie dice al marito:
“Oh, certo, ti ho tormentato così tanto in questi anni che avevi il diritto di fare [qui una descrizione esplicita e brutale dell'azione colpevole del marito]; sono sincera, al posto tuo avrei fatto lo stesso!” (in risposta alla compensazione);
“Hai ragione, sono una stronza, mi merito di avere un marito come te” (in risposta alla negazione dell’errore).
E’ chiaro che ci deve essere una sfumatura sarcastica, ma non troppo accentuata, se si vuole spiazzare il colpevole. L’idea è che il marito prenda coscienza di quali armi vili sta usando; se non prende coscienza, la moglie dovrebbe chiedersi se vale la pena di salvare il rapporto (la vita è breve, che senso ha passarla con un uomo così?).