Il mondo dei blog mette a disposizione dei lettori un ventaglio di opinioni politiche molto ampio. Ma i lettori ne approfittano? Secondo un nuovo studio di Henry Farrell, Eric Lawrence e John Sides (tutti e tre della George Washington University), la risposta è “no”. I dati dello studio dicono che i lettori di blog politici:
nel 51% dei casi leggono solo blog di sinistra;
nel 42% dei casi leggono solo blog di destra;
nel 7% dei casi leggono sia blog di sinistra sia blog di destra.
Ci sono tante possibili interpretazioni. Una è che i lettori usino i blog politici per soddisfare bisogni di omofilia (stare insieme a gente che la pensa come te) invece che bisogni di informazione. Mentre un quotidiano nazionale può allargare il suo pubblico aprendosi a una diversità di opinioni, il successo di un blog politico dipende dal martellare sempre sulle stesse idee.
Henry Farrell è anche uno degli animatori del blog (di sinistra, ma aperto) Crooked Timber.
Prospect e Foreign Policy chiedono ai lettori di votare gli intellettuali più importanti del mondo, scegliendoli da una lista di cento candidati che “si sono distinti nel loro campo” e hanno mostrato “una capacità di influenzare il dibattito pubblico, spesso ben al di là dei confini del loro paese”.
Gli italiani sono tre. Il primo è ovviamente Umberto Eco, che arrivò secondo nell’edizione 2005. Il secondo è l’economista Nouriel Roubini, che è nato in Turchia, ha passaporto americano, è ebreo, ma alcuni reclamano al nostro paese perché è cresciuto e ha studiato in Italia fino alla laurea. Il terzo…, quiz, chi potrebbe essere?
Una differenza fra gli Stati Uniti e l’Italia è che quando un politico americano dice una sciocchezza saltano fuori dozzine di “fact-checkers” che presentano i dati.
“Chi sono i possessori di armi? Sono poveri senza istruzione, marginalizzati? Risulta che hanno lo stesso livello di istruzione dei non possessori, in media. Inoltre, hanno un reddito annuo che supera del 32% quello dei non possessori. Gli americani armati non sono un gruppo piccolo, né oppresso.
Nel 2006, il 36% dei possessori di armi ha dichiarato di essere “molto felice”, mentre il 9% era “non troppo felice”. Allo stesso tempo, solo il 30% delle persone senza armi era molto felice, e il 16% era non troppo felice.
Nel 1996, i possessori di armi hanno passato il 15% di tempo in meno a sentirsi “offesi da qualcosa che qualcuno aveva fatto” (Wall Street Journal, via Marginal Revolution)”.
La sciocchezza in questione è la dichiarazione di Barack Obama che gli operai americani licenziati si sfoghino acquistando armi (e dandosi alla religione).
Applicazione italiana: gli analisti politici che spiegano il (presunto) voto degli operai alla Lega con il calo dei salari e i disagi del lavoro precario.
Aggiornamento (22.4). Le analisi di correlazione di Roberto D’Alimonte e dei suoi collaboratori smentiscono l’esodo degli elettori di sinistra verso la Lega (pdf). Quando sono andati a destra, i mancati elettori della Sinistra Arcobaleno sembrano avere preferito il Pdl.
Nel corso di un’intervista alle Invasioni Barbariche, Giuliano Ferrara ha dichiarato che in Italia gli aborti sono pochi per merito della Chiesa Cattolica, che difende i valori della vita, mentre in Francia sono tanti perché lì la Chiesa è debole e la secolarizzazione ha preso piede.
E’ verissimo che in Francia le donne abortiscono più che da noi. E però se uno vuole capire da cosa dipendono realmente i tassi di aborto dovrebbe guardare questa tabella (fonte: Unicef, A league table of teenage births in rich nations, luglio 2001, pdf, p. 20).
Il rettangolo scuro indica i tassi di natalità fra le madri adolescenti (numero di figli ogni 1000 ragazze); il rettangolo chiaro i tassi di aborto delle adolescenti (numero di aborti ogni 1000 ragazze). I fatti più interessanti sono:
ci sono paesi molto secolarizzati, come il Giappone e l’Olanda, dove i tassi di aborto sono ai livelli italiani;
il paese dove la religione è più forte, e più forte è la “difesa della vita”, è anche il paese dove i tassi di aborto sono più alti (gli Stati Uniti);
il tasso di natalità è chiaramente correlato con gli aborti; cioè, dove le ragazze abortiscono poco partoriscono poco; dove abortiscono molto fanno anche molti bambini.
Quest’ultimo fatto implica che il miglior predittore dei tassi di aborto delle adolescenti è… quanto spesso restano incinte.
In teoria, potrebbe essere che le adolescenti giapponesi e olandesi abortiscano poco perché caste. Ma, a parte che non ci sono evidenze che lo siano, ciò rovescerebbe la convinzione di tutti (Ferrara e vescovi inclusi) che la secolarizzazione tende a disinibire i giovani.
L’unica spiegazione alternativa è che i tassi di aborto sono bassi dove i contraccettivi sono diffusi e gli adolescenti sono istruiti ad usarli. Questa è anche l’opinione del rapporto Unicef, che dice (p. 20):
” … il Regno Unito e gli Stati Uniti e sono [...] società che hanno sperimentato la trasformazione socio-sessuale, inclusa la sessualizzazione dei mezzi di comunicazione, ma senza fare cambiamenti corrispondenti nel preparare i giovani ad affrontare le nuove pressioni. Può darsi che i servizi e le informazioni sui contraccettivi siano formalmente disponibili, ma in un’atmosfera ‘chiusa’ di imbarazzo e segretezza. O, come dice un adolescente britannico, ‘a volte è come se il sesso fosse obbligatorio ma la contraccezione illegale’.”
Conseguenza: se l’Italia ha tassi di aborto bassi, probabilmente non dobbiamo ringraziare i preti (che negli Stati Uniti si fanno sentire più che da noi) ma le nostre vituperate sessantottine, che avranno fatto molti sbagli ma almeno sanno parlare alle loro figlie e informarle su come proteggersi.
Ciò nonostante, la teoria di Ferrara sulla Francia potrebbe non essere del tutto errata.
Se guardate di nuovo la tabella, vedete che la Francia fa parte di un gruppo di paesi dove i tassi di aborto sono abbastanza alti e, soprattutto, più alti dei tassi di natalità. Gli altri membri sono la Danimarca, la Svezia e la Norvegia. Dato che sono paesi secolarizzati, Ferrara potrebbe accusarli di avere banalizzato l’aborto e di avere spinto le adolescenti a usare l’interruzione di gravidanza come una forma di contraccezione.
Ma allora quale consiglio dovremmo dare alla Francia? Di scatenare una guerra culturale all’aborto, e spingersi verso il modello americano? O fare una campagna per i contraccettivi veri e avvicinarsi al modello olandese?
Crediti: per l’intervista a Ferrara a Emmyfinegold; per il rapporto Unicef a Monbiot.
Qui segnalo la pagina dei dati interattivi, che vi permette di incrociare i risultati degli studenti con molte variabili individuali, familiari, demografiche e sociali. Chi fra voi è appassionato di numeri avrà di che sbizzarrirsi.
Per esempio ho notato che:
gli studenti delle scuole pubbliche italiane hanno punteggi medi più alti di quelli delle scuole private (469 vs 466 nella lettura; 462 vs 451 in matematica; 476 vs 462 in scienza);
le ragazze italiane stracciano i ragazzi italiani nella lettura (489 vs 448), sono sconfitte in matematica (453 vs 470), sfiorano il pareggio in scienza (474 vs 477).
Ma soprattutto ho visto che il titolo di studio del padre è uno dei predittori migliori delle conoscenze di uno studente.
Avete qui sotto i dati. La variabile da guardare è “category” (1 = istruzione universitaria e oltre; 5 = nessun titolo scolastico). Potete osservare voi stessi il crollo dei punteggi medi (”mean”) passando dalla category 1 alla 5 (prime cinque righe del secondo riquadro).
Se poi osservate i dati “OECD total”, scoprite che nel resto del mondo il divario di punteggi fra la category 1 e la 5 è inferiore che in Italia.
In generale, i dati statistici sono infidi e bisognerebbe applicare tutti i test del caso prima di fare qualsiasi ragionamento. Ma qui l’effetto è tanto vistoso che avanzo subito questa conclusione: la scuola italiana è incapace di recuperare i giovani nati in situazioni familiari svantaggiate. Lascio ad altri di riflettere sulle implicazioni politiche e sociali.
Avevo già notato che la gente dice più spesso “ci vorrebbe la pena di morte!” quando il delitto è commesso da uno straniero o da un membro di un altro gruppo etnico, ma ora c’è la conferma empirica.
“In una ricerca del 2001 condotta da Mark Peffley e John Hurwitz, fu chiesto a un sottoinsieme casuale di bianchi:
‘Sei a favore o contro la pena di morte per le persone condannate per omicidio?’
Moderatamente a favore: 29%
Fortemente a favore: 36%
A un altro sottoinsieme casuale di bianchi fu chiesto:
‘Alcuni dicono che la pena di morte è ingiusta perché la maggior parte dei condannati sono Afro-Americani. Sei a favore o contro la pena di morte per le persone condannate per omicidio?’
Moderatamente a favore: 25%
Fortemente a favore: 52%
E’ un aumento di 12 punti nel sostegno complessivo.”
Applicazione pratica: i sostenitori americani dell’abolizione della pena di morte dovrebbero smetterla di puntare il dito sul numero di condannati a morte neri e tentare di creare un caso nazionale intorno a un condannato a morte bianco, se possibile abbiente e ben inserito nella società. Sempre che ce ne siano.
Lo scorso 16 maggio il giornale umoristico “The Onion” realizzò un falso servizio giornalistico sulla Gap, produttore fra le altre cose dell’abbigliamento Gap Kids (un esempio qui a destra).
Il servizio annunciava una nuova immaginaria linea della Gap: “For Kids by Kids”, abiti per i bambini americani cuciti a mano appositamente dai bambini dell’Asia. Nel filmato compariva un finto dirigente della Gap, che si diceva ammirato dai piccoli operai, che lavoravano dal mattino alla sera.
E’ il genere di umorismo che io di solito chiamo “lunare” e che mi diverte molto.
Oggi ho letto sul prezioso Isa-On-The-Fly (di Isadora) questa notizia, pubblicata da The Observer:
“Bambini operai, alcuni di non più di 10 anni, sono stati scoperti a lavorare in uno stabilimento tessile in condizioni vicine alla schiavitù per produrre abbigliamento che sembra destinato a Gap Kids, una delle divisioni di maggior successo del gigante della distribuzione.
Parlando a The Observer, i bambini hanno descritto lunghe ore di lavoro senza salario e minacce e percosse” (fonte).
In fondo, la luna è pur sempre un satellite della Terra.
Per correttezza, segnalo che Gap è cascata dal pero (ha detto che non sapeva che l’abbigliamento era “stato impropriamente dato in lavorazione a laboratori che usavano il lavoro dei bambini”).
Leggo sul Telegraph (via Maud Newton) i dati di vendita dei libri finalisti del Man Booker Prize (il premio letterario inglese più prestigioso):
“On Chesil Beach” di Ian McEwan: 99.600 copie (uscito in aprile);
“Darkmans” di Nicola Barker: 499 copie (maggio);
“The Reluctant Fundamentalist” di Mohsin Hamid: 1.519 copie (marzo);
“Mister Pip” di Lloyd Jones: 880 copie (giugno);
“The Gathering” di Anne Enright: 834 copie (maggio);
“Animal’s People” di Indra Sinha: 231 copie (marzo).
I dati si riferiscono alle vendite prima del 18 agosto, il giorno di pubblicazione della lista dei sei finalisti.
Intanto, mi colpiscono le sole 99.600 copie in quattro mesi di “On Chesil Beach”, un libro ben pubblicizzato di un autore popolare come Ian McEwan. I casi sono due: o il libro è stato un buco nell’acqua (ma non risulta) oppure gli editori italiani che spesso dichiarano di avere venduto in un mese 100, 200, 300 mila copie di questo o quel romanzo di successo mentono.
Poi, mi colpiscono i numeri davvero sparagnini degli altri romanzi. Se sono fra i sei, suppongo abbiano suscitato l’attenzione degli ambienti letterari prima di entrare in lista. Forse sono ambienti fatti di poche persone.