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“Ecco la classifica dei libri più venduti nella libreria Mondadori del centro commerciale Vulcano Buono di Nola (NA), in località Boscofangone, secondo quanto ci dice il responsabile Gennaro Pecora” (Il Sole 24 Ore, oggi, p. 29, rubrica “Parola di libraio”).
Tante belle parole vive: pecora, bosco fangone, vulcano buono. Sembra una favola in attesa di un narratore.
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“Giurare di essere ancora fanciulla per farsi ammettere nel Giardino delle Vergini in Cattolica”.
Una delle 101 cose da fare a Milano nel libro di Micol Arianna Beltramini (p. 105). Ho letto la frase sfogliando il libro in Feltrinelli, ma ora l’ho qui in camera davanti agli occhi. Se una frase goffa ti spinge a riappoggiare il libro sul bancone, una frase felice ti spinge a portarlo alla cassa.
Micol Arianna Beltramini ha anche un blog.
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“La domanda per i servizi dello scrittore e del preparatore di discorsi dipende, in misura considerevole, dall’esistenza di controversie – e affinché la controversia esista è necessario che la verità non si stagli sola e trionfante”.
Ronald Coase (a destra) a proposito di perché gli intellettuali non hanno speciali incentivi a cercare la verità. Anzi.
Ho letto la frase in The Market for Goods and the Market for Ideas (p. 390 dell’originale), un articolo del 1974 dedicato al problema seguente: perché i difensori del laissez-faire nel mercato delle idee spesso amano vedere lo Stato intervenire nel mercato dei beni? Più in breve: perché la libera circolazione degli errori intellettuali va bene mentre quella delle merci avariate no?
Secondo Coase, questo problema è collegato a un altro problema: perché i giornali difendono la libertà di stampa come fosse la linea del Piave ma poi tollerano che lo Stato tenga la televisione al guinzaglio? Se ci pensate, in Italia nessun giornalista della carta stampata si è mai bruciato vivo per protesta contro il controllo pubblico della Rai. E a lamentarsi che un politico controlli le tre reti nazionali restanti è rimasto giusto Marco Travaglio, che non pare benvoluto dai suoi colleghi.
Né ho visto gran stracciamenti di vesti sui giornali quando il Tribunale di Modica ha fatto chiudere il blog di Carlo Ruta per il reato di “stampa clandestina” (in sfregio allo spirito e alla lettera dell’art. 21 della Costituzione).
La spiegazione di Coase:
“Il mercato delle idee è il mercato nel quale gli intellettuali fanno il loro commercio. La spiegazione del paradosso è l’interesse egoistico e l’autostima. L’autostima porta gli intellettuali a magnificare l’importanza del loro mercato. Che gli altri debbano essere regolati sembra naturale, soprattutto perché molti degli intellettuali vedono se stessi come regolatori. Ma l’interesse egoistico si combina con l’autostima per assicurare che, mentre gli altri sono regolati, la regolazione non si applichi a loro” (p. 386).
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“… la desalinizzazione, il falconaggio e l’allevamento dei cammelli”.
Le uniche tre aree dove i paesi musulmani producono scienza eccellente, secondo un’inchiesta di Nature del 2003. La frase è di Steven Weinberg (a destra), che sostiene che la scienza islamica è morta ai tempi di Al-Ghazali (XII secolo). Weinberg non si dimentica di citare Abdus Salam e altri scienziati musulmani che, invece, hanno raggiunto grandi risultati dopo essersi trasferiti in Occidente. Il tutto è in Without God, un articolo dove Weinberg riassume i motivi principali per cui scienza e religione non abitano spesso sotto lo stesso tetto.
Qui un esempio di cosa accade agli scienziati musulmani che lavorano al di fuori delle tre aree di eccellenza.
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“Perché hai aspettato che una storia non ti piacesse prima di scrivermi?”
Dal modulo a crocette che Robert Heinlein (a destra, l’autore di Straniero in terra straniera, Starship troopers e altri celebri romanzi di fantascienza) usava per rispondere alla posta dei lettori (via Maud Newton).
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“In Italia si sente sempre l’opinione di un politico, di una parte o dell’altra”.
Maurizio Pollini (a destra) a proposito di come i telegiornali italiani concedano ai politici il monopolio del dibattito sulle questioni pubbliche. “Mancano le analisi distaccate, in mano a esperti e indipendenti come si fa in Inghilterra, con la BBC”, dice il pianista.
Frase letta nell’intervista uscita oggi sul Domenicale del Sole 24 Ore (”Mettiamo l’Expo in musica”, p. 30).
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“Una frase non deve contenere parole superflue, e un paragrafo frasi superflue, per la stessa ragione che un disegno non deve contenere linee superflue e una macchina parti superflue”.
Uno dei consigli che Strunk & White danno agli scrittori nel celebre Elements of Style. Avevo letto il consiglio anni fa ma, incontrandolo in questa guida per la scrittura per il web, l’ho trovato di nuovo molto convincente.
Anzi, “l’ho trovato di nuovo convincente”.
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“Il conservatorismo finanziario dovrebbe essere l’incubo del militarista, non della maestra elementare o dell’infermiera; e il fatto che le infermiere e le maestre elementari se ne sentano minacciate più dei generali è un segno del mondo alla rovescia in cui viviamo”.
Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia, a proposito di come il welfare stia sempre in cima alla lista di chi vuole tagliare la spesa pubblica. Il conservatorismo finanziario è la politica di contenere l’inflazione limitando i deficit di bilancio dello Stato.
Ho letto la frase in “Lo sviluppo è libertà” (Mondadori, traduzione di Gianni Rigamonti, p. 149). Il libro è del 1999, ma il tema dell’inflazione sta tornando di moda.
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“Riconosci questi simboli universalmente accettati, ma non aspettarti di vederli su un’Arma di Distruzione di Massa“.
Da un opuscolo dell’FBI dal titolo “Armi di Distruzione di Massa”. Lo scopo dell’opuscolo è aiutare i cittadini a riconoscere queste armi quando le incontrano.
Potrebbe essere lo stesso che diedero a Bush.
Via Annals of Improbable Research.
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“Si può verificare che Laplace usò le trasformazioni di Fourier in un articolo prima che Fourier avesse pubblicato su questo tema, che Lagrange presentò le trasformazioni di Laplace prima che Laplace avesse iniziato la sua carriera scientifica, che Poisson pubblicò la distribuzione di Cauchy nel 1824, ventinove anni prima che Cauchy l’avesse menzionata incidentalmente, e che Bienaymé formulò e provò la diseguaglianza di Chebychev un decennio prima e in modo più generale del primo lavoro di Chebychev su questo argomento”.
Lo statistico Stephen Stigler (a destra), a proposito di come le idee scientifiche inizino a circolare prima che qualche scienziato si fregi del titolo di scopritore.
Nel 1980, Stigler ha sintetizzato questo fatto nella Legge di Stigler.
“Nessuna scoperta scientifica prende il nome dal suo scopritore originale”.
Lo stesso fatto era stato segnalato anni prima dal sociologo della scienza Robert K. Merton.
Ho letto il tutto nell’articolo “In the air” di Malcolm Gladwell (New Yorker, 12 maggio 2008).
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“Le femmine di scimpanzé si contorcono per osservare attentamente il proprio rigonfiamento genitale rosato che eccita i maschi”.
Una delle prove dell’autocoscienza degli scimpanzé citate dal primatologo Frans de Waal nel suo “Naturalmente buoni” (p. 95). Le femmine eseguono l’operazione allo specchio.
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“Purtroppo, l’agricoltura industriale su larga scala non è romantica”.
L’economista Paul Collier, a proposito dell’insistere delle organizzazioni internazionali sul modello delle piccole coltivazioni “a misura di contadino” nonostante l’agricoltura sia un settore ad economie di scala.
Collier riferisce che, grazie a queste organizzazioni, oggi in Africa l’agricoltura industriale è meno diffusa di quanto lo fosse cinquant’anni fa.
L’articolo di Collier, che è la cosa migliore che mi sia capitato di leggere sulla catastrofe alimentare in corso, è apparso come commento a questo articolo di Martin Wolf su FT.
Il fascino delle piccole coltivazioni è particolarmente forte in Italia. Per esempio, Slow Food dice che c’è un solo modo per rispondere all’esplosione mondiale della domanda di cibo: l’autarchia dei contadini. Dopo di che, anche i grandi coltivatori dei paesi sviluppati potranno tornare ai piccoli appezzamenti.
“L’80% dei tre miliardi di persone che vivono sotto la soglia di povertà abitano in zone rurali, e la maggior parte sono contadini. Si tratta di incoraggiarli a produrre per nutrirsi piuttosto che per il mercato estero…
Lo sviluppo dell’agricoltura di sussistenza non è più quindi un ripiego marginale, ma l’obiettivo urgente e prioritario che deve darsi la comunità internazionale… solo se la domanda di cibo in Africa e in Asia sarà soddisfatta localmente, i grandi produttori del Nord del mondo potranno a loro volta modificare radicalmente le politiche agricole nel senso che l’emergenza ambientale richiede: più qualità e meno inquinamento, più rispetto per la terra, maggiore sviluppo dei circuiti locali” (Paola Nano, “L’obiettivo strategico è coltivare per mangiare“, La Stampa, 4 maggio 2008, p. 27).
Nel frattempo il Brasile, che ha scelto il modello delle coltivazioni meccanizzate su larga scala, è diventato uno dei silos del mondo.
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“Siamo stanchi di svolgere il ruolo di stalloni e baby-sitter”.
Lamentela di un uomo Khasi non identificato.
I Khasi sono una comunità matrilineare che occupa la zona indiana del Meghalaya. La famiglia tradizionale Khasi si incentra sulla nonna, che è proprietaria della casa e abita insieme al marito, alle figlie non sposate, alla figlia più giovane (la discendente dominante), ai bambini di lei e agli uomini non accoppiati della famiglia. Il marito della figlia più giovane – l’unico membro acquisito – si divide fra la casa della moglie, dove dorme, e quella delle sorelle o della madre (duolocalismo).
Le donne Khasi dirigono la casa, l’educazione dei figli e le relazioni coi vicini. Quando arriva un ospite, l’uomo Khasi gli presenta la moglie e poi si ritira discretamente in un angolo, lasciando sia lei a condurre la discussione. Gli uomini Khasi si rifanno nel lavoro e nella politica, dove dominano come da noi in Occidente.
Ho letto l’insolita lamentela e le altre informazioni sui Khasi in “Gender differences in competition: evidence from a matrilineal and a patriarchal society“, un paper degli economisti Uri Gneezy, Kenneth L. Leonard e John A. List.
Il paper studia il divario di “spirito competitivo” fra le donne Khasi e quelle Masai. Il popolo Masai è il rovescio culturale dei Khasi: non solo la linea di discendenza è maschile, ma gli uomini praticano la poligamia e considerano le donne una loro proprietà. Un proverbio tradizionale Masai dice che una donna vale meno di una vacca. I capifamiglia non contano le bambine nel numero dei figli.
Perché studiare lo “spirito competitivo”? Negli ultimi anni alcuni psicologi ed economisti hanno mostrato che le donne amano poco competere in un certo tipo di test. Questo test prevede una prova di abilità con un premio in denaro. Prima della prova, i ricercatori domandano ai concorrenti come preferiscono essere pagati:
- in ragione del loro punteggio individuale (schema non competitivo)
- oppure in ragione del loro risultato rispetto a un concorrente (schema competitivo)
I risultati di queste prove – che di solito sono condotte su studenti universitari americani o europei – dicono che gli uomini scelgono lo schema competitivo molto più spesso che le donne.
Qualche studioso conclude che le donne siano geneticamente restie a competere, a causa di un passato evolutivo speso a curare i bambini (un’attività dove le donne hanno convenienza a collaborare); gli uomini, invece, avrebbero un passato evolutivo di risse per accaparrarsi le femmine più attraenti.
Questo fatto genetico, se reale, potrebbe spiegare perché le donne mediamente sono pagate meno e fanno meno carriera degli uomini. Questo svantaggio non sarebbe colpa della discriminazione da parte dei capi ma delle donne stesse, che lottano meno e cedono il passo a uomini col coltello fra i denti.
Ora, Gneezy e colleghi hanno somministrato il test dello spirito competitivo a un campione di donne e uomini delle due comunità. Il risultato è:
- le donne Masai assomigliano alle occidentali: solo il 26% sceglie lo schema competitivo, contro il 50% degli uomini;
- le donne Khasi sono invece più mascoline dei maschi: ben il 54% sceglie lo schema competitivo, contro il 39% degli uomini.
Gneezy e colleghi ne deducono che è improbabile che le donne manchino dei geni dello spirito competitivo.
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“Io te la prescrivo, perché seguo la mia coscienza”.
Risposta di un medico di una clinica cattolica milanese a Oriana Liso, giornalista di Repubblica, che si era presentata in incognito per chiedere la pillola del giorno dopo (”Molta cortesia e ricetta subito”, p. III dell’edizione Milano).
“Ma siccome non potrei farlo, non dirlo a nessuno, altrimenti mi licenziano”, ha aggiunto il medico.
Credo siano maturi i tempi per un’estensione dell’obiezione di coscienza ai medici che vogliono fornire tutte le prestazioni previste dal sistema sanitario nazionale.
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