Universi paralleli

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Spese utili e spese da tagliare

19 Giugno 2008 · Nessun Commento

Amartya Sen

“Il conservatorismo finanziario dovrebbe essere l’incubo del militarista, non della maestra elementare o dell’infermiera; e il fatto che le infermiere e le maestre elementari se ne sentano minacciate più dei generali è un segno del mondo alla rovescia in cui viviamo”.

Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia, a proposito di come il welfare stia sempre in cima alla lista di chi vuole tagliare la spesa pubblica. Il conservatorismo finanziario è la politica di contenere l’inflazione limitando i deficit di bilancio dello Stato.

Ho letto la frase in “Lo sviluppo è libertà” (Mondadori, traduzione di Gianni Rigamonti, p. 149). Il libro è del 1999, ma il tema dell’inflazione sta tornando di moda.

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E ricordate: un terrorista non indossa una maglietta con la scritta “sto per farmi esplodere”

28 Maggio 2008 · 4 Commenti

Riconosci le armi di distruzione di massa

“Riconosci questi simboli universalmente accettati, ma non aspettarti di vederli su un’Arma di Distruzione di Massa“.

Da un opuscolo dell’FBI dal titolo “Armi di Distruzione di Massa”. Lo scopo dell’opuscolo è aiutare i cittadini a riconoscere queste armi quando le incontrano.

Potrebbe essere lo stesso che diedero a Bush.

Via Annals of Improbable Research.

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E neanche la gaussiana fu scoperta da Gauss

26 Maggio 2008 · 8 Commenti

Stephen Stigler

“Si può verificare che Laplace usò le trasformazioni di Fourier in un articolo prima che Fourier avesse pubblicato su questo tema, che Lagrange presentò le trasformazioni di Laplace prima che Laplace avesse iniziato la sua carriera scientifica, che Poisson pubblicò la distribuzione di Cauchy nel 1824, ventinove anni prima che Cauchy l’avesse menzionata incidentalmente, e che Bienaymé formulò e provò la diseguaglianza di Chebychev un decennio prima e in modo più generale del primo lavoro di Chebychev su questo argomento”.

Lo statistico Stephen Stigler (a destra), a proposito di come le idee scientifiche inizino a circolare prima che qualche scienziato si fregi del titolo di scopritore.
Nel 1980, Stigler ha sintetizzato questo fatto nella Legge di Stigler.

“Nessuna scoperta scientifica prende il nome dal suo scopritore originale”.

Lo stesso fatto era stato segnalato anni prima dal sociologo della scienza Robert K. Merton.

Ho letto il tutto nell’articolo “In the air” di Malcolm Gladwell (New Yorker, 12 maggio 2008).

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Femmine allo specchio

7 Maggio 2008 · 3 Commenti

Scimpanzé

“Le femmine di scimpanzé si contorcono per osservare attentamente il proprio rigonfiamento genitale rosato che eccita i maschi”.

Una delle prove dell’autocoscienza degli scimpanzé citate dal primatologo Frans de Waal nel suo “Naturalmente buoni” (p. 95). Le femmine eseguono l’operazione allo specchio.

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Crisi alimentare ed agricoltura

6 Maggio 2008 · 12 Commenti

In alto, agricoltura su larga scala; in basso, quella su piccola scala

“Purtroppo, l’agricoltura industriale su larga scala non è romantica”.

L’economista Paul Collier, a proposito dell’insistere delle organizzazioni internazionali sul modello delle piccole coltivazioni “a misura di contadino” nonostante l’agricoltura sia un settore ad economie di scala.

Collier riferisce che, grazie a queste organizzazioni, oggi in Africa l’agricoltura industriale è meno diffusa di quanto lo fosse cinquant’anni fa.

L’articolo di Collier, che è la cosa migliore che mi sia capitato di leggere sulla catastrofe alimentare in corso, è apparso come commento a questo articolo di Martin Wolf su FT.

Il fascino delle piccole coltivazioni è particolarmente forte in Italia. Per esempio, Slow Food dice che c’è un solo modo per rispondere all’esplosione mondiale della domanda di cibo: l’autarchia dei contadini. Dopo di che, anche i grandi coltivatori dei paesi sviluppati potranno tornare ai piccoli appezzamenti.

“L’80% dei tre miliardi di persone che vivono sotto la soglia di povertà abitano in zone rurali, e la maggior parte sono contadini. Si tratta di incoraggiarli a produrre per nutrirsi piuttosto che per il mercato estero…

Lo sviluppo dell’agricoltura di sussistenza non è più quindi un ripiego marginale, ma l’obiettivo urgente e prioritario che deve darsi la comunità internazionale… solo se la domanda di cibo in Africa e in Asia sarà soddisfatta localmente, i grandi produttori del Nord del mondo potranno a loro volta modificare radicalmente le politiche agricole nel senso che l’emergenza ambientale richiede: più qualità e meno inquinamento, più rispetto per la terra, maggiore sviluppo dei circuiti locali” (Paola Nano, “L’obiettivo strategico è coltivare per mangiare“, La Stampa, 4 maggio 2008, p. 27).

Nel frattempo il Brasile, che ha scelto il modello delle coltivazioni meccanizzate su larga scala, è diventato uno dei silos del mondo.

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Stallone e baby-sitter

5 Maggio 2008 · 5 Commenti

Uomo Khasi

“Siamo stanchi di svolgere il ruolo di stalloni e baby-sitter”.

Lamentela di un uomo Khasi non identificato.

I Khasi sono una comunità matrilineare che occupa la zona indiana del Meghalaya. La famiglia tradizionale Khasi si incentra sulla nonna, che è proprietaria della casa e abita insieme al marito, alle figlie non sposate, alla figlia più giovane (la discendente dominante), ai bambini di lei e agli uomini non accoppiati della famiglia. Il marito della figlia più giovane - l’unico membro acquisito - si divide fra la casa della moglie, dove dorme, e quella delle sorelle o della madre (duolocalismo).

Le donne Khasi dirigono la casa, l’educazione dei figli e le relazioni coi vicini. Quando arriva un ospite, l’uomo Khasi gli presenta la moglie e poi si ritira discretamente in un angolo, lasciando sia lei a condurre la discussione. Gli uomini Khasi si rifanno nel lavoro e nella politica, dove dominano come da noi in Occidente.

Ho letto l’insolita lamentela e le altre informazioni sui Khasi in “Gender differences in competition: evidence from a matrilineal and a patriarchal society“, un paper degli economisti Uri Gneezy, Kenneth L. Leonard e John A. List.

Il paper studia il divario di “spirito competitivo” fra le donne Khasi e quelle Masai. Il popolo Masai è il rovescio culturale dei Khasi: non solo la linea di discendenza è maschile, ma gli uomini praticano la poligamia e considerano le donne una loro proprietà. Un proverbio tradizionale Masai dice che una donna vale meno di una vacca. I capifamiglia non contano le bambine nel numero dei figli.

Perché studiare lo “spirito competitivo”? Negli ultimi anni alcuni psicologi ed economisti hanno mostrato che le donne amano poco competere in un certo tipo di test. Questo test prevede una prova di abilità con un premio in denaro. Prima della prova, i ricercatori domandano ai concorrenti come preferiscono essere pagati:

  • in ragione del loro punteggio individuale (schema non competitivo)
  • oppure in ragione del loro risultato rispetto a un concorrente (schema competitivo)

I risultati di queste prove - che di solito sono condotte su studenti universitari americani o europei - dicono che gli uomini scelgono lo schema competitivo molto più spesso che le donne.

Qualche studioso conclude che le donne siano geneticamente restie a competere, a causa di un passato evolutivo speso a curare i bambini (un’attività dove le donne hanno convenienza a collaborare); gli uomini, invece, avrebbero un passato evolutivo di risse per accaparrarsi le femmine più attraenti.

Questo fatto genetico, se reale, potrebbe spiegare perché le donne mediamente sono pagate meno e fanno meno carriera degli uomini. Questo svantaggio non sarebbe colpa della discriminazione da parte dei capi ma delle donne stesse, che lottano meno e cedono il passo a uomini col coltello fra i denti.

Ora, Gneezy e colleghi hanno somministrato il test dello spirito competitivo a un campione di donne e uomini delle due comunità. Il risultato è:

  1. le donne Masai assomigliano alle occidentali: solo il 26% sceglie lo schema competitivo, contro il 50% degli uomini;
  2. le donne Khasi sono invece più mascoline dei maschi: ben il 54% sceglie lo schema competitivo, contro il 39% degli uomini.

Gneezy e colleghi ne deducono che è improbabile che le donne manchino dei geni dello spirito competitivo.

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Obiezione di coscienza

13 Aprile 2008 · Nessun Commento

Pillola del giorno dopo

“Io te la prescrivo, perché seguo la mia coscienza”.

Risposta di un medico di una clinica cattolica milanese a Oriana Liso, giornalista di Repubblica, che si era presentata in incognito per chiedere la pillola del giorno dopo (”Molta cortesia e ricetta subito”, p. III dell’edizione Milano).

“Ma siccome non potrei farlo, non dirlo a nessuno, altrimenti mi licenziano”, ha aggiunto il medico.

Credo siano maturi i tempi per un’estensione dell’obiezione di coscienza ai medici che vogliono fornire tutte le prestazioni previste dal sistema sanitario nazionale.

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Oggetti sessuali

9 Aprile 2008 · Nessun Commento

Amicizia, di Joseph Epstein

“Le donne saranno oggetti sessuali, ma io non sono mai andata a letto con qualcuno con cui non volessi farlo”.

Riflessione di un’amica di Joseph Epstein all’epoca del primo femminismo, quando stava decollando l’idea che la società riducesse le donne ad oggetti sessuali.

Ho letto la frase nel saggio “Amicizia“, di Epstein (Il Mulino, p. 139). Quest’amica era una specialista nel sottolineare l’ovvio importante: quell’ovvio che chiunque ritiene superfluo ricordare ma di fatto smentisce teorie fantasiose che tutti prendono per buone. In questo caso, l’ovvio è che gli uomini che guardano una donna con occhi cupidi non hanno il potere di ridurla ad oggetto sessuale; lei rimane soggetto finché sceglie se, quando e con chi andare a letto.

Questo passaggio è l’unica punta di un libro piatto e fastidioso. Epstein analizza l’amicizia sulla scorta della sua esperienza di persona che, dice, ha sempre trovato facile farsi amici. Purtroppo, Epstein riduce l’amicizia alla frequentazione sociale: classifica i suoi amici a seconda di quanto sono piacevoli a pranzo, di quali argomenti parla con loro, di quanto tempo lascia passare fra un incontro e l’altro. Per Epstein, l’amico è qualcuno con cui parlare. Che gli amici a volte ti chiedano di aiutarli gli sembra un’imbarazzante corruzione del rapporto.

Epstein è un settantenne e non gli mancano gli amici malati, divorziati, o che hanno appena perso un figlio: ma, lascia intendere, questi sono temi che il buon amico evita di introdurre nella conversazione, per non guastarla coi goffi silenzi che inevitabilmente ne seguono.

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Neanche la minima traccia

25 Marzo 2008 · 3 Commenti

Stalin“Benché abbia svolto i suoi compiti di guida del Partito e del popolo con abilità consumata e con il sostegno incondizionato di tutto il popolo sovietico, Stalin non ha mai consentito che la sua opera fosse sfiorata dalla mimima traccia di vanità, superbia e autoadulazione”.

Frase che Stalin aggiunse di suo pugno alle bozze di “Stalin: una breve biografia“, dell’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca.

Ho letto la frase in “Humanity” di Jonathan Glover (p. 321), di cui ho già parlato. A sua volta, Glover attinge al celebre “Il grande terrore” di Robert Conquest.

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Frecce e bersagli

17 Marzo 2008 · 11 Commenti

Simon Blackburn“Si disegna il bersaglio dove la freccia si conficca, e tutti hanno sempre lo stesso punteggio”.

Il succo della prassi postmodernista di reputare vera qualunque opinione perché esprime il mondo di chi la professa.

La frase è del filosofo inglese Simon Blackburn (nella foto); appare in “Religion and respect” (pdf, p. 3), dove argomenta che i sentimenti religiosi, per quanto i credenti si straccino le vesti ogni volta che si sentono offesi, non meritano speciale rispetto.

Tornando alla frase: uno dei problemi del postmodernismo è che, mentre irride l’idea che le parole siano uno specchio della realtà, prende per buona la fantasia che le opinioni esprimano i vissuti, i valori, le visioni di chi le sostiene. Spesso, invece, i parlanti scoccano le loro frecce abbastanza a casaccio. Tenere fermo il bersaglio non è una violenza contro di loro, ma un modo di aiutarli ad aggiustare la mira.

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Il magnetismo delle città tedesche

10 Marzo 2008 · 15 Commenti

Sir Arthur Harris

“Devo confessarvi che a volte mi sono chiesto se in passato il magnetismo che esercitano su di voi le città tedesche ancora esistenti non abbia influito nel distogliere i nostri bombardieri dai loro principali obiettivi tanto quanto le difficoltà tecniche e meteorologiche che mi esponete con tanta abbondanza di parole”.

Da una lettera del novembre 1944 di Sir Charles Portal, capo di stato maggiore della RAF, a Sir Arthur Harris (nella foto), comandante in capo dei bombardieri inglesi e grande fautore della distruzione delle città tedesche durante la seconda guerra mondiale.

Gli “obiettivi principali” di cui parla Sir Portal erano gli impianti petroliferi, che gli Alleati avevano iniziato a colpire nella primavera precedente. Questi attacchi avevano allarmato Albert Speer, che in seguito riferì di avere detto a Hitler: “Il nemico ci ha colpito in uno dei nostri punti più deboli. Se ora persisterà nell’azione, la nostra produzione di carburante diventerà assolutamente trascurabile”.

Sir Harris, che aveva il controllo operativo degli attacchi aerei, desiderava invece bombardare i civili allo scopo di “fiaccarne il morale”. E così fece. Il motivo della lettera di Sir Portal era che, in contrasto con la “strategia del petrolio” decisa dagli Alleati, solo il 10% degli attacchi inglesi di quel periodo aveva colpito gli impianti petroliferi; il 60% era stato diretto sulle città. L’attacco più grave fu quello su Darmstadt, priva di stabilimenti industriali, che fu distrutta dalle bombe incendiarie inglesi (12.000 morti).

Poi, nel febbraio del 1945, furono sempre i bombardieri di Sir Harris a iniziare il terribile bombardamento di Dresda (35 o 40.000 morti, secondo le fonti moderne).

Prendo la lettera e le altre informazioni da “Humanity. Una storia morale del ventesimo secolo” di Jonathan Glover (pp. 100-104). Il libro tenta di rispondere alla domanda: “come è possibile che gli esseri umani, che nella vita quotidiana non sono poi tanto male, abbiano commesso le atrocità cui abbiamo assistito nel Novecento?”. Nei primi capitoli Glover presenta alcuni fatti generali sul comportamento morale; poi li applica alle tragedie del secolo scorso, da Hiroshima ai massacri dei Khmer Rossi, da My Lai alla Rivoluzione Culturale. E’ una lettura appassionante.

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“Mi prese tra le braccia e non mi lasciò più andare”

25 Febbraio 2008 · 6 Commenti

Né di Eva né di AdamoLa descrizione di una notte d’amore.

Appare in “Né di Eva né di Adamo” (p. 40), l’ultimo romanzo di Amélie Nothomb, pubblicato come i precedenti da Voland. La frase è un buon esempio dello stile dell’autrice, che è sempre breve e si fida dell’intelligenza dei lettori.

Nel romanzo, la Nothomb narra il suo fidanzamento con Rinri, un coetaneo giapponese, alla fine degli anni Ottanta. Non fosse per la distanza culturale fra i protagonisti, sarebbe una storia d’amore assai ordinaria: solo uno dei due è innamorato e il finale è meno che imprevedibile.

In effetti, più che narrare la storia, la Nothomb narra i suoi tentativi di capire il misterioso Rinri e, indirettamente, l’intero Giappone. La giovane Amélie (ha ventidue anni all’inizio del romanzo) è raziocinante: studia i gesti, le parole, l’abbigliamento, le case, il cibo, le auto, i riti sociali di chi la circonda, e fa scoperte.

Il mondo della Nothomb non è fatto di cose ma di significati. I bambini che pigolano non sono semplici bambini che pigolano: “pigolavano come per avvisare gli innamorati del futuro di tanto romanticismo” (p. 33), dice Amélie mentre passeggia con Rinri in un parco, dove le famiglie si mescolano alle coppie dei fidanzati.

Una marcia non è una semplice marcia: “Converto in marcia la mia gioia. Ora so perché una musica trionfale si chiama marcia” (p. 118), dice mentre scende dalla montagna dove ha rischiato di morire.

A volte, a furia di cercare la frase lapidaria, la Nothomb si intrombonisce (”un desiderio è tanto più violento quanto se ne ignora l’oggetto”, p. 137) o scivola in teorie di sapore ottocentesco (”abitare in una città con un nome che, per il pianeta intero, è simbolo di morte aveva esaltato in loro la fibra vivente”, p. 67, a proposito degli abitanti di Hiroshima). Ma di norma è acuta, leggera, simpatica. Non giudica. E sa volgere su di sé lo stesso sguardo ironico che volge altrove.

In questi giorni Amélie Nothomb è in Italia. Dopo la visita romana, stasera sarà a Ferrara e domani alla FNAC e alla Mondadori di piazza Duomo a Milano.

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“Elitario verso il presente, democratico verso il futuro”

20 Febbraio 2008 · Nessun Commento

Avant-gardeUna sintesi felice della mentalità delle avanguardie, che disprezzano la cultura di massa in cui vivono e tentano di creare la cultura di massa in cui dovranno vivere i loro successori.

La frase vale per le avanguardie artistiche come per quelle politiche, e getta un raggio di luce su perché a volte si fondano (per esempio in Wagner).

Ho letto la frase in questa vecchia tavola rotonda sull’attualità di Nietzsche (via Organization and Markets). La usa lo storico Peter Bergmann, che però non sembra averla coniata.

L’intento della frase è critico, ma riesco a immaginare le avanguardie che l’adottano come slogan. Senza dubbio, se siete un artista e vi accusano di elitarismo, dicendo “sono elitario verso il presente, ma democratico verso il futuro!” fate un figurone.

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C’è molta attività nel campo

19 Gennaio 2008 · 2 Commenti

Richard Feynman“C’è molta ‘attività nel campo’ in questo periodo - ma questa ‘attività’ consiste principalmente nel mostrare che la precedente ‘attività’ di qualcun altro ha prodotto errori, o niente di utile, o niente di promettente, ecc. - come un mucchio di vermi che tentano di uscire da una bottiglia strisciando gli uni sopra gli altri”.

Richard Feynman (a destra), a proposito degli accademici incontrati a un convegno sulla forza di gravità del 1962 in Polonia.

Frase letta in “Don’t you have the time to think?” (p. 137).

Chiama subito alla mente accademici più vicini a noi nel tempo e nello spazio.

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“Le risonanze magnetiche, le tomografie a positroni e altre tecniche di diagnostica per immagini non mostrano alcuna area dormiente del cervello e anche guardando singoli neuroni o cellule non emergono aree inattive”

26 Dicembre 2007 · 1 Commento

NeuroniFrase letta in un articolo che descrive uno studio della Scuola di Medicina dell’Università dell’Indiana sulle fole mediche credute dagli stessi dottori, fra cui quella che usiamo solo il 10% del nostro cervello.

Buona notizia: non dobbiamo preoccuparci di andare a recuperare chissà come parti inutilizzate.

Cattiva notizia: gli stupidi sono già al massimo delle loro possibilità.

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