Universi paralleli

Entries categorized as ‘Natura umana’

Senso di colpa

2 Luglio 2008 · 2 Commenti

E’ l’emozione che a volte, in certe persone più spesso che in altre, segue all’essere in colpa.

Questa emozione mescola:

  • il dispiacere che il fatto sia accaduto;
  • il disprezzo di se stessi per non averlo evitato;
  • la fantasia di tornare indietro nel tempo e aggiustare tutto.

Questa emozione sorge nel colpevole dopo che lo hanno scoperto, o quando si accorge che presto lo scopriranno. Gli psicologi dicono che il senso di colpa deriva dal timore della punizione, o dalla vergogna per ciò che gli altri potrebbero pensare di noi. D’altronde, se il il senso di colpa derivasse dall’immoralità dell’azione, sarebbe sorto mentre il colpevole stava per farla e si sarebbe fermato in tempo.

Il senso di colpa è doloroso: il colpevole cerca di spegnerlo sul nascere o di scacciarlo se è riuscito a impadronirsi di lui. Una soluzione è presentarsi alla vittima e chiedere scusa. Un’altra soluzione è rimuginare sull’accaduto fin quando il senso di colpa se ne va. Il filosofo americano Ralph Waldo Emerson disse “Un uomo solo è sincero; quando entra una seconda persona l’ipocrisia comincia”. Si sbagliava: siamo ipocriti anche quando dialoghiamo con noi stessi. I rimuginamenti per scacciare il senso di colpa ne sono una dimostrazione. Ecco qualche tecnica usata dai colpevoli in questi rimuginamenti.

Espiazione privata: il colpevole si convince che sta male per quanto è successo, tanto male che ha già scontato la pena. Chiedere scusa alla vittima, o offrirle una riparazione, sarebbe un eccesso; il colpevole preverrà ogni richiesta della vittima dicendole “guarda, ho sofferto io più di te”.

Compensazione: il colpevole medita sui danni che la vittima gli ha causato in passato, ingigantendoli se necessario, così che bilancino il danno che ora ha causato a lei. Se il colpevole non ha avuto rapporti precedenti con la vittima, si concentrerà sulle mancanze in cui lei potrebbe cadere da un momento all’altro, per esempio mentre protesta. Allora il colpevole le dice: “mi ferisce come reagisci”.

Egocentrismo: il colpevole si dice che in fondo della vittima non gli importa nulla. Se fino ad allora era sicuro del contrario, si convincerà di essersi sbagliato. Esempio: l’uomo che lascia la fidanzata pur di non chiederle scusa.

Negazione dell’errore: il colpevole decide che la vittima è uno stronzo e si congratula di avergli fatto un danno, anche se in origine non era questa la sua intenzione. Quando la vittima si lamenta, il colpevole ne regge lo sguardo e, in silenzio, lascia intendere che non ha agito senza un motivo.

Negazione del danno: il colpevole sviluppa la certezza ottimistica che la vittima non subirà conseguenze serie. Esempio: il colpevole licenzia un operaio cinquantenne e lo rassicura dicendogli che troverà subito un altro lavoro.

Negazione della vittima: il colpevole scherza sulla brutta azione che ha commesso e irride la vittima perché ci è rimasta male; è una tecnica usata nelle colpe verso i bambini e chi non può reagire.

Fatalismo: il colpevole conclude che forze superiori governano il mondo e sono le vere responsabili di quanto è successo. Sospetta non sia un caso che abbiano voluto far soffrire la vittima.

Accettazione profonda: il colpevole si dice che è sempre stato un miserabile. Cosa può cambiare una colpa in più? Il colpevole trova vano anche un gesto di riparazione, perché non guarirebbe certo la sua natura corrotta.

Sostituzione delle vittima: il colpevole pensa che la vera vittima è chi aveva avuto sempre fiducia in lui. Così si scusa con gli amici e i parenti, invece che con chi ha subito materialmente il danno. E’ una tecnica diffusa fra i credenti, che considerano ogni colpa un’offesa a Dio, e si spiegano con lui. Se il Papa è costretto a scusarsi per i preti pedofili, dice che hanno tradito la missione della Chiesa, non che hanno tradito i bambini.

Generalizzazione: il colpevole si dice che molti sono caduti nella sua stessa colpa. Ciò che gliela fa sembrare meno grave, forse perché il senso di colpa viene dal timore della punizione, e punire molti è più difficile che punire uno solo. Anche questa tecnica è amata dai credenti, che dicono più spesso “siamo tutti peccatori” che “sono un peccatore”. Può darsi che i credenti facciano male i loro conti: se ci sarà una valle di Giosafat, per un Dio onnipotente le punizioni di massa non saranno un problema.

Categorie: Natura umana
Tagged: ,

A proposito di alcuni cliché hollywoodiani

12 Giugno 2008 · 8 Commenti

Ho notato alcuni fenomeni che succedono solo nei film di Hollywood:

  • asteroidi che si abbattono sul nostro pianeta cominciando dalle capitali e, nelle capitali, dai monumenti celebri;
  • cani che riconoscono il colpevole appena entra nella stanza e ringhiano contro di lui (il padrone, ignaro, intima loro di smettere);
  • amanti a letto che si sono rimessi la biancheria subito dopo avere fatto sesso;
  • dinosauri che in un’inquadratura stanno per afferrare i protagonisti in fuga e in quella successiva distano ancora venti metri;
  • cattivi che si vantano delle loro vili motivazioni, tipo “McClane, non puoi più fermarmi! Questa rapina alla Banca Centrale mi renderà oscenamente ricco! Ricco! Ricco! Oscenamente ricco! Bwuahahahahahaha!”.

Nella vita reale gli asteroidi rispettano le leggi della statistica e si abbattono di preferenza nei luoghi più diffusi sul pianeta (mari, deserti, foreste). I cani non leggono nel pensiero e ringhiano contro i fattorini e altri lavoratori onesti. Gli amanti non hanno ragione per rivestirsi subito. I dinosauri non fanno salti avanti e indietro nello spazio. I cattivi, infine, sono come le altre persone: si vantano di agire per motivazioni nobili. Lo sappiamo perché molti personaggi storici hanno toccato punte di crudeltà hollywoodiane e le cronache ci confermano che non dicevano “uccidere mi galvanizza!”, ma che volevano difendere la purezza della razza (Hitler), creare una società migliore (Mao), proteggere la religione (Torquemada), costringere i giapponesi alla pace (Truman).

So che Truman non figura fra i cattivi classici della storia, ma ordinò di sganciare bombe atomiche su due città popolose, piene di donne, bambini e anziani. Se lo scopo era spaventare l’Imperatore, credo si sarebbe spaventato abbastanza anche se gli americani avessero bombardato due isolotti brulli vicini alle coste giapponesi. Le esplosioni atomiche sono spettacolari anche senza persone che bruciano. E se l’Imperatore non si fosse spaventato abbastanza, Truman avrebbe potuto dirgli che il terzo bersaglio era il suo palazzo.

Comunque, è comprensibile che gli sceneggiatori di Hollywood facciano proclamare al cattivo le sue vili intenzioni: altrimenti, il pubblico stenterebbe a individuarlo. Poniamo che un personaggio progettasse di lanciare un aereo carico di carburante contro la Casa Bianca, e un secondo personaggio si battesse per impedirlo, ma il primo dicesse che i suoi calcoli geopolitici gli assicurano che l’attentato condurrebbe alla pace nel mondo. Chiaramente sarebbe una balla (come quella di costringere i giapponesi alla pace) ma basterebbe a confondere il pubblico, che non saprebbe più per chi parteggiare.

Categorie: Natura umana
Tagged: , ,

Moralismo

3 Giugno 2008 · 8 Commenti

Non diamo del moralista a un genitore che si infuria perché suo figlio gli ha raccontato una bugia. Né chiamiamo moralista chi invoca la castrazione chimica degli stupratori. Quando c’è un male (la bugia, lo stupro) capiamo chi si indigna, anche quando non condividiamo la sua reazione.

A sua volta, il colpevole evita di dare del moralista a chi lo rimprovera, perché sarebbe un modo spudorato di negare il delitto. L’unica eccezione che ricordo è la classe politica italiana della fine degli anni Ottanta, quando iniziava a circolare la voce che molti dirigenti di partito intascassero tangenti. Invece di dire che la voce era falsa, questi dirigenti accusavano i loro critici di essere moralisti. Alcuni leader del partito socialista arrivarono a dire in pubblico “quando sento la parola morale porto la mano alla pistola”. Questa irrisione dell’etica è un segno che il colpevole è sicuro dell’impunità. Nel caso era una sicurezza infondata. Pochi anni dopo scoppiarono gli scandali di Tangentopoli e questi politici furono portati in tribunale a furor di popolo. In aula non davano più del moralista a nessuno.

Quando, allora, chiamiamo qualcuno moralista? Il caso comune è quello dove:

  1. siete in buona coscienza, cioè pensate che la vostra condotta sia lecita, o lodevole, e vi sembra assurdo che qualcuno se ne possa indignare;
  2. qualcuno se ne indigna.

Di solito, questo qualcuno si indigna non solo della vostra condotta, ma del fatto stesso che la giudichiate accettabile, cosa che prova il vostro degrado.

Moralista è il nome che diamo a questi indignati.

Il moralismo fiorisce quando una società si frammenta in gruppi con convinzioni morali diverse, ciò che capita appena la società supera le dimensioni di un villaggio. I gruppi possono divergere riguardo a cosa è puro e cosa è impuro, soprattutto in materia di sesso. Altri conflitti sorgono nello stabilire le cose autorevoli: quelle che per un gruppo sono tradizioni sacre, per un altro sono costumi da superare; i personaggi che un gruppo venera sono i protagonisti delle barzellette di un altro. Dato che le cose autorevoli suscitano emozioni, e le emozioni si fanno beffe della riflessione, ne possono derivare scontri che di per sé sono assurdi. Per esempio, un cattolico può indignarsi che un ateo non rispetti il papa.

Altre volte il moralista invade quella che Alexander Bain definiva la “ampia sfera propria della scelta individuale e della autodirezione cui non si applicano i principi etici”. E’ la sfera dove vi sentite autorizzati a seguire le vostre predilezioni. Ciò non impedisce alla gente di giudicare le vostre scelte: abbiamo così i moralisti che vi dicono che dovreste visitare i musei invece di concedervi futili vacanze al mare.

Il moralismo fa l’infelicità sia del moralista sia delle sue vittime. Il moralista vuole che siate come lui (o come lui immagina di essere). Voi non lo siete. Quando se ne accorge, il moralista cade in una o l’altra di una serie di pose. Ce ne sono molte, e possiamo classificare i moralisti a seconda di quale usano di più. L’elenco non è completo.

(a) Il moralista lagnoso. Parla di voi con voce afflitta, mostrandosi ferito della vostra condotta. Il moralista lagnoso pare credere che ce l’abbiate con lui; che, per esempio, siate gay al fine di dargli un dispiacere.

(b) Il moralista orgoglioso. Reagisce come se voi ed altri congiurati steste cercando di fargli abbandonare le sue convinzioni. E’ il cattolico che porta moglie e figli a manifestare contro i diritti dei conviventi innalzando il cartello “Io alla famiglia non rinuncio!”.

(c) Il moralista punitivo. Si rallegra quando qualcosa vi va storto, ciò che dimostra che aveva ragione lui. E’ contrario alla fecondazione artificiale e appena a una coppia che la usa capita un aborto spontaneo inizia a pontificare sul capriccio di volere un bambino a tutti i costi. Oppure è felice che il tempo cattivo vi abbia rovinato le vacanze al mare, un rischio che non avreste corso se foste andati per musei come suggeriva lui.

(d) Il moralista paternalista. Cerca di aiutarvi a cambiare. Se siete gay, vi spiega che si può guarire. Se volete andare al mare, vi regala una buona guida sui musei. Quando gli dite che gli uomini vi piacciono, e il mare pure, crede di avere sbagliato tattica e si mette a pensarne un’altra.

(e) Il moralista dispotico. Dice che se continuate a comportarvi come fate lo costringerete a prendere provvedimenti. E’ vostra madre, il vostro capo, un governante. A volte la minaccia è retorica. Più spesso il moralista dispotico prende davvero i provvedimenti, come fanno i governi musulmani che infliggono fustigazioni, il carcere, o persino la morte, a chi viola i costumi prescritti dal Corano.

(f) Il moralista soave. Si atteggia a santità per farvi venire la voglia di essere come lui. E’ il prete dalla voce melliflua, è la donna che parla come se fosse un angelo anche quando vi chiede di chiudere la porta.

Queste pose sono inefficaci. Il risultato principale dei moralisti è rendersi sgradevoli alla gente, che gira volentieri al largo da loro. L’unico moralista di successo è quello dispotico. Ma anche lui ha l’amaro in bocca, perché vede che gli altri ubbidiscono per paura. Non a caso, nei dipinti il moralista è corrucciato.

Inoltre, i moralisti emanano il puzzo dell’ipocrisia. Le loro vittime amano affermare che i moralisti invidiano la gente libera. H. L. Mencken definì il puritanesimo - una forma estrema di moralismo - “la paura ossessiva che qualcuno, in qualche luogo, possa essere felice”.

Per esempio, dubito che un cattolico sarebbe contento di sentirsi dire da sua moglie “Sto con te perché la famiglia è indissolubile”. Sarebbe come dire che altrimenti se ne sarebbe già andata. Immagino che un cattolico, come tutti gli uomini, preferisca sentirsi dire “Sono contenta di stare con te”. Anzi, sono sicuro che se la moglie gli dicesse “Vorrei vivere per sempre con te anche se fossimo semplici conviventi” si sentirebbe lusingato. Se, come me, faticate a immaginarvi una moglie cattolica dire una frase simile, capite cosa ci sia di sospetto nel moralismo.

Categorie: Natura umana
Tagged:

Breve storia dell’etica

7 Aprile 2008 · 10 Commenti

L’umanità delle origini non aveva il concetto del bene e del male. I nostri progenitori sapevano che il prossimo era pronto a rapinarli ed ucciderli, e se ne difendevano, ma senza lamentarsi che il mondo non fosse migliore. Tutti conoscevano la natura umana e l’accettavano per quella che è.

L’etica nacque il giorno che qualcuno scoprì che fingersi inoffensivi è un trucco eccellente per fregare gli altri.

UOMO PRIMITIVO 1: Indietro! Tu vuoi rubare la mia pecora!

UOMO PRIMITIVO 2: La tua pecora?

UOMO PRIMITIVO 1: Sì!

UOMO PRIMITIVO 2: Ma no, che dici!

UOMO PRIMITIVO 1: Eh?

UOMO PRIMITIVO 2: Io non ruberei mai la tua pecora!

UOMO PRIMITIVO 1: No? E perché?

UOMO PRIMITIVO 2: Perché… è immorale!

UOMO PRIMITIVO 1: Immorale? Che significa?

UOMO PRIMITIVO 2: Beh, immorale… significa che è una cosa sbagliata, che è proibito, ecco, insomma, che non la devi fare.

UOMO PRIMITIVO 1: E’ la prima volta che sento qualcosa del genere.

UOMO PRIMITIVO 2: Eh, è una novità.

UOMO PRIMITIVO 1: Mmmh. Così, se capisco bene, tu non puoi rubare le pecore.

UOMO PRIMITIVO 2: Per essere più precisi, non posso rubare nulla.

UOMO PRIMITIVO 1: Ah! E quindi non ho motivo di temerti?

UOMO PRIMITIVO 2: Esatto…

UOMO PRIMITIVO 1: Mi piace questa novità!

UOMO PRIMITIVO 2: Bene…

UOMO PRIMITIVO 1: Vieni! Bevi con me! Prendo un po’ di succo d’uva.

UOMO PRIMITIVO 2: Grazie…

UOMO PRIMITIVO 1: Scusa se ti volto le sp…

Categorie: Natura umana
Tagged:

Un episodio poco conosciuto della vita di Thomas Edison

8 Marzo 2008 · 7 Commenti

Thomas EdisonNel 1887 Thomas Edison, uno dei più grandi geni industriali della storia, inventore del fonografo e della lampadina, e in quel momento uomo ricchissimo, investì la sua fortuna in un progetto pericoloso.

Gli Stati Uniti erano nel pieno di un boom economico e la domanda di ferro, destinato ad alimentare le acciaierie, era in crescita continua. In natura, il ferro si trova nella magnetite, nell’ematite e in altri cristalli, che di solito sono mescolati a rocce. I giacimenti migliori, ovviamente, sono quelli concentrati, dove il minerale è molto e la roccia è poca. Negli Stati Uniti, i maggiori giacimenti di questo tipo erano in profondità, e per sfruttarli bisognava scavare costose miniere sotterranee. Ciò nonostante, questi giacimenti erano molto più redditizi di quelli di superficie, poco concentrati, dove gli scavi erano rapidi ma troppo lavoro andava sprecato rompendo rocce che non contenevano minerale.

Edison si chiese se non si potesse meccanizzare l’estrazione di superficie, risparmiando lavoro, così che anche questi giacimenti diventassero convenienti. Tempo cinque minuti, Edison aveva disegnato uno schizzo. Tempo qualche mese, aveva comprato un vasto giacimento superficiale a Ogdensburg, nel New Jersey, e dava inizio alla costruzione di un impianto rivoluzionario.

Il processo di estrazione si divideva in queste fasi:

  1. gli ingegneri staccavano blocchi di rocce dalle colline con la dinamite, senza curarsi più di tanto di quanto minerale contenessero;
  2. gli operai caricavano le rocce su rulli meccanici che le trasportavano all’impianto;
  3. all’impianto, due giganteschi cilindri d’acciaio schiacciavano le rocce, riducendole in frammenti minuti;
  4. una cremagliera faceva salire i frammenti fino alla bocca di un silos, dove erano fatti cadere dentro;
  5. nei silos, magneti elettrici deviavano la caduta della magnetite, separandola dalla roccia;
  6. la magnetite, che atterrava in uno scomparto, era poi fusa in pani e venduta alle fonderie; la roccia, che cadeva in un altro scomparto, era venduta come sabbia edile.

Allora i minerali di ferro si vendevano a 6 dollari la tonnellata. Edison calcolò che il suo impianto avrebbe prodotto magnetite a un costo di 5 dollari, quanto bastava per trarne profitti generosi.

Non andò così. Innanzi tutto, costruire l’impianto fu un’avventura. Edison dovette inventare molti congegni ex novo, perché non trovava sul mercato quelli che gli servivano. Per Edison inventare era divertimento, ma le invenzioni procedono per prove ed errori. Edison non faceva eccezione, se è vero che, come dicono i suoi biografi, accese la prima lampadina dopo tredicimila tentativi falliti. In un impianto come quello di Ogdensburg, prova ed errore significarono cremagliere inceppate, giunti spezzati, cilindri sfondati, motori in fiamme, condutture esplose e altri incidenti che terminavano nella fuga degli operai sotto una pioggia di selci, con scene pittoresche che ricordavano l’eruzione di Pompei.

L’impianto aprì solo nel 1891, e solo nel 1898 scese ai livelli di costo che Edison aveva sperato.

Intanto, nel 1890, compagnie minerarie rivali avevano scoperto il giacimento di ematite di Mesaba, nella zona dei Grandi Laghi. Questo giacimento aveva caratteristiche straordinarie:

  • l’ematite era in concentrazione altissima;
  • stava in superficie;
  • i cristalli erano mescolati con rocce friabili e facili da separare;
  • il giacimento era tanto grande da potere rifornire tutte le acciaierie americane per decenni.

Le compagnie impiantarono a Mesaba un processo di estrazione assai semplice: le ruspe scavavano canali a cielo aperto; gli operai, armati di vanghe, recuperavano i cristalli; i cristalli erano caricati su vagoni e spediti ai clienti.

Nel 1894 John D. Rockefeller acquistò il giacimento e, deciso a creare un monopolio del ferro, inondò la nazione di ematite. Nel 1898, quando Ogdensburg era a regime e i costi di produzione erano arrivati a 4,75 dollari la tonnellata, il prezzo di mercato era sceso a 3,5 dollari.

Edison, che non solo aveva speso tutto il suo denaro, ma era nei debiti fin sopra le orecchie, alzò bandiera bianca e chiuse l’impianto di Ogdensburg. I biografi ci informano che Edison accettò il disastro con serenità; agli amici diceva che alla peggio sarebbe tornato a fare il telegrafista, il suo primo mestiere. Invece si rimise in piedi: aprì un cementificio, dove trasferì molte tecniche inventate a Ogdensburg, e in pochi anni ricostituì il suo patrimonio.

Questa storia ci insegna quattro lezioni.

La prima è che potete concepire un progetto cattivo anche se siete molto intelligenti. Edison, che era un genio, non pensò che negli Stati Uniti c’erano territori insondati che potevano celare giacimenti favolosi. Scommettere tutto il proprio denaro su un giacimento di seconda scelta mentre le esplorazioni erano ancora in corso era come stuzzicare la sfortuna a colpire.

La seconda è che spesso la sfortuna colpisce.

La terza è che dopo avere avviato un progetto sentirete una forte motivazione a portarlo a termine. Questa motivazione può farvi superare le difficoltà, ma può anche farvi trascurare i segnali avversi che vi dicono che fareste meglio a lasciare perdere. Mesaba fu scoperto nel 1890; Edison avrebbe potuto capire già allora che Ogdensburg era condannato; eppure continuò a investirci quattrini per altri otto anni.

La quarta è che un progetto cattivo dura quanto durano le vostre risorse. In affari, le risorse sono i soldi. Produrre senza vendere, o vendendo sotto costo, vi manda in perdita; e a furia di perdite giungerete al punto in cui dovete capitolare. Nella vita personale le risorse sono la pazienza, la capacità di soffrire e altre virtù che, tirando le somme, è meglio abbiate in piccola quantità se non volete insistere nei vostri cattivi progetti fino alla vecchiaia.

Categorie: Natura umana
Tagged: , , , , ,

Chi serve lo Stato non ha ancora fatto nulla di buono

3 Gennaio 2008 · 8 Commenti

LeviatanoIn un concorso per il titolo di “Filosofo politico più schietto della storia”, Thomas Hobbes sarebbe uno dei grandi favoriti. I suoi sostenitori potrebbero sottolineare che Hobbes si trovò a concepire la sua teoria dello Stato proprio quando il suo paese, l’Inghilterra, era sull’orlo di una guerra fra il Re e il Parlamento. In casi simili, dove il sangue sta per scorrere e le teste sono pronte a volare, un filosofo politico prudente tace. Hobbes invece parlò, e non si curò di come i contendenti avrebbero accolto le sue idee.

Da un lato, Hobbes sostenne che i sudditi devono fedeltà assoluta al Re, cosa che gli attirò l’odio dei parlamentaristi. Dall’altra, Hobbes negò che la sovranità venisse da Dio, cosa che gli guadagnò il rancore dei realisti. Quando nel 1642 la situazione inglese precipitò e scoppiò la Guerra Civile, Hobbes si vide nella spiacevole situazione di potere essere ucciso da entrambi i partiti. Dato che era schietto ma non stupido, fu il primo inglese a lasciare l’isola, come lui stesso riferì dal suo rifugio parigino.

post lunghissimo, clicca per proseguire…

Categorie: Natura umana
Tagged: , , , , , , , ,

Assomigliamo di più ai Beatles che ai Village People

1 Novembre 2007 · 11 Commenti

Village PeopleRicordate i Village People? Furono un gruppo musicale di grande successo fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Cantavano brani pop da discoteca, pieni di cori.

Tre di questi brani, “YMCA”, “Macho man” e “In the navy” divennero piccoli classici della musica da ballare. Gli sceneggiatori della TV e del cinema li riesumano quando hanno bisogno di un brano trascinante che costringa i personaggi a ballare. Una mano accende l’impianto stereo, parte “Macho man” e il manager serioso, dopo un molle tentativo di resistere, si allenta il nodo della cravatta e inizia a dimenarsi.

Al successo del gruppo contribuirono anche i costumi. I Village People erano sei: uno era vestito da poliziotto, uno da pellerossa, uno da marinaio, uno da minatore, uno da motociclista e uno da cowboy. Questa combinazione colorata colpì subito l’immaginazione del pubblico. Fino ad allora, i gruppi musicali avevano seguito la regola non scritta che i componenti si vestissero nello stesso stile, o addirittura indossassero costumi identici.

Paragonate i Village People ai Beatles, che mantennero un’unità di abbigliamento per tutta la carriera, superando indenni le svolte stilistiche. Agli esordi i Beatles si esibivano in giacca e cravatta; negli ultimi anni indossavano camicioni indiani. Eppure, nonostante i contrasti burrascosi che li dilaniavano non ci fu mai una fase intermedia dove, poniamo, Paul e George si esibivano in giacca e cravatta e John e Ringo in camicioni indiani.

I Village People violavano questa regola di uniformità e, come risultato, trasmettevano un’idea di libertà e divertimento appena entravano in scena.

In generale, la portata di violazioni simili dipende da ciò che accade dopo. Quando violate una regola potete diventare tre cose:

  1. “reietti”, se tutti vi disapprovano;
  2. “innovatori”, se tutti cominciano a violare la regola a loro volta;
  3. “eccezioni che confermano la regola”, se tutti vi applaudono ma proseguono a comportarsi come prima.

L’abbigliamento dei gruppi musicali di oggi testimonia che i Village People furono un’eccezione che conferma la regola.

Perciò, è possibile che la tendenza dei gruppi a uniformare l’abbigliamento non sia accidentale, ma nasca da fatti profondi della personalità umana o dei gruppi.

Parlo di tutti i gruppi, non solo di quelli musicali. Nelle catene di montaggio non vedete un operaio con la tuta blu, uno con la tuta verde e uno con la tuta gialla. Alle cene non incontrate spesso invitati in abito scuro e invitati in jeans e camicia. A scuola, riuscite a distinguere i ragazzi integrati e gli esclusi con uno sguardo rapido a come sono vestiti. L’intero fenomeno della moda, d’altronde, sarebbe inspiegabile se la gente non preferisse vestirsi come in quel momento si vestono tutti gli altri. E non fosse pronta a spendere soldi per riuscirci.

Oltre all’abbigliamento, i gruppi tendono a uniformare i modi di parlare e di pensare. In ogni gruppo ci sono temi di conversazione ammessi e temi tabù. Forme appropriate e forme sconvenienti di rivolgersi a un superiore. Personaggi santificati ed altri massacrati dallo sberleffo quotidiano. La maggioranza dei membri individua queste norme con rapidità e impara a rispettarle e a darle per scontate. Quando questi membri incontrano un dissidente che segue altre norme, per individualismo o perché è stato plasmato in un gruppo diverso, questo dissidente pare loro stupido o strano.

I gruppi grandi sembrano stimolare questo tipo di convergenze quanto quelli piccoli. Cito alcune considerazioni di Bertrand Russell sul matrimonio:

“Il grosso della popolazione di ogni paese è persuaso che tutti gli usi matrimoniali diversi dai suoi siano immorali, e che quelli che combattono quest’idea lo facciano al solo scopo di giustificare le loro vite dissolute. In India, il risposarsi delle vedove è tradizionalmente considerato una cosa troppo orribile da potersi contemplare. Nei paesi cattolici il divorzio è considerato molto malvagio, ma qualche venir meno della fedeltà coniugale è tollerato, almeno negli uomini. In America il divorzio è facile ma le relazioni extraconiugali sono condannate con la massima severità. I maomettani credono nella poligamia, che noi pensiamo degradante. Tutte queste diverse opinioni sono sostenute con veemenza estrema” (Saggi Scettici, 1928).

Qual è il meccanismo? Cosa spinge i membri di un gruppo a convergere? Perché gli impiegati non si concedono più varietà nell’abbigliamento, nel linguaggio, nelle idee che esprimono in ufficio? Perché i Beatles non ebbero la fase intermedia di abbigliamento misto? Perché gli occidentali si turbano al solo pensiero che una famiglia poligama possa stabilirsi nel loro territorio?

Io non lo so, ma se voi aveste qualche idea potete sbizzarrirvi nei commenti.

Categorie: Natura umana
Tagged: , , , , ,

La riconciliazione è un’attività del corpo

13 Ottobre 2007 · 3 Commenti

BacioHennie è una giovane scimpanzé. Nikkie, un’altra femmina, il leader del gruppo, l’ha appena picchiata. Con un’espressione turbata, Hennie va a sedersi in un prato. Si accarezza a lungo il dorso del collo, il punto dove Nikkie l’ha colpita. Poi, sdraiatasi nell’erba, giace immobile e guarda nel vuoto. Passa un quarto d’ora. Lentamente, Hennie si alza e si dirige verso il gruppo. Raggiunge Nikkie, le rivolge una serie di grugniti e allunga una mano verso di lei. Nikkie afferra la mano e la bacia, in modo scimmiesco, infilandosi tutte le dita in bocca. Dopo questo contatto, Hennie e Nikkie si danno un bacio vero e proprio, labbra a labbra. Infine, si separano e tornano alle loro normali attività.

Prendo questa scena da “Peacemaking among primates” (p. 41), un libro del 1989 di Frans de Waal, uno dei maggiori primatologi viventi. E’ un episodio di riconciliazione. De Waal ha studiato i conflitti fra le scimmie per anni. Al pari degli esseri umani, le scimmie sono attaccabrighe e violente ma, a litigio concluso, si dimostrano ben disposte a pacificarsi. Scene come quella che avete letto sono frequenti e seguono un copione:

(1) uno dei litiganti offre la pace; negli scimpanzé questo ruolo spetta al soccombente; in altre scimmie, come i bonobo, è il vincitore che fa il primo passo;

(2) l’altro litigante accetta la pace subito;

(3) la pace è celebrata con un contatto dei corpi; per quanto le scimmie in altre circostanze comunichino con gesti ed esclamazioni, la riconciliazione pare richiedere baci, abbracci o sfregamenti, che spesso hanno una coloritura erotica.

Molti studiosi hanno osservato lo stesso copione in altri mammiferi. Le capre si riconciliano con strofinamenti dei musi. Le iene si leccano. I delfini si strusciano uno contro l’altro nell’acqua e si danno certe spinte caratteristiche.

Un marziano in missione di studio sulla Terra ci impiegherebbe poco a scorgere questo copione anche fra gli umani. O meglio, qualche differenza fra noi e gli animali la troverebbe. Intanto, ci manca una regola fissa su chi debba fare il primo passo. Il nostro status sociale, quello dell’avversario, i motivi del litigio, i possibili giudizi della gente e mille altri pensieri ci turbinano nella mente quando dobbiamo decidere se offrire la pace o lasciare che sia l’altro a farlo. Sospetto che alcuni rancori durino in eterno solo perché le parti, nel dubbio, aspettano.

Inoltre, siamo meno formali degli animali. Se avete uno screzio con un amico, un collega, un familiare, spesso il giorno dopo vi rimettete a parlare con questa persona come se nulla fosse. In questo modo, le segnalate che non volete dare peso all’accaduto, o che purtroppo ormai sapete come è fatta e avete rinunciato a prendervela.

Se però il litigio è grosso e si impone un chiarimento, la nostra parentela con le scimmie viene a galla: il marziano ci vedrà stringerci la mano, darci pacche sulle spalle, baciarci, abbracciarci. Non sono cerimonie. Il contatto dei corpi scioglie davvero il rancore. La cosa è solare nella vita di coppia che, agli inizi, è una serie di bisticci e di riconciliazioni a letto. Pian piano poi si scivola nel come se nulla fosse.

Ricapitolando, fra i mammiferi lo schema è: “è successo qualcosa, tocchiamoci”. Negli umani c’è solo un pizzico di consapevolezza in più: “abbiamo litigato, ora ti abbraccio”.

Una conferma: chi non vuole riconciliarsi rifiuta il contatto. Se cercate di mettergli la mano sul braccio, si irrigidisce o si scosta, quasi aveste cercato di morderlo.

Come vedete, la riconciliazione è un’attività del corpo, ossia è molto diversa da come i moralisti se la immaginano. I moralisti dicono che la riconciliazione è figlia della riflessione morale: dobbiamo comprendere le ragioni dell’altro, meditare sulle nostre colpe, cogliere il valore della concordia, bla blah, bla blah. La natura sapeva che se avesse affidato la riconciliazione alla riflessione morale, di riconciliazione ce ne sarebbe stata poca. Con gli animali non aveva scelta e li ha forniti di istinti. Con gli esseri umani aveva scelta, ma ha preferito andare sul sicuro e riscaldare anche noi con baci ed abbracci.

Categorie: Natura umana
Tagged: , , , , , , ,

Tony Carrillo non è stupido né ignorante

11 Ottobre 2007 · 2 Commenti

Leggo tutti i giorni la striscia “F Minus” di Tony Carrillo. Non ha personaggi fissi e ogni fumetto consiste di un solo riquadro. Di solito, la battuta appartiene al genere “umorismo lunare”: rovesciamenti della realtà quotidiana, elementi inaspettati in contesti normali, ecc. Ho scoperto “F Minus” sul blog di Scott Adams e so che ha altri estimatori italiani.

Spesso capire la battuta di “F Minus” al primo colpo è una sfida. Anzi, il divertimento è esattamente che brancoli nel buio per qualche secondo e poi vedi la lampadina che si accende.

F Minus del 10 ottobre 2007Ieri Carrillo ha pubblicato la vignetta qui a fianco (cliccate per ingrandire): “Temo che l’orologio sia troppo danneggiato per essere riparato. Difatti, segna l’ora esatta solo una volta al giorno”. A me ha divertito molto (nel senso che ci ho messo parecchio a capirla).

Ora, davanti a una frase a prima vista errata, i lettori possono dire:

(1) “Qui ci deve essere una battuta, ma non riesco a vederla”, oppure
(2) “Evidentemente, l’autore è stupido o ignorante e ha commesso un errore marchiano”.

Dobbiamo attenderci che i lettori che trovano piacere nello scoprire gli errori altrui si lanceranno su (2) come missili. Infatti, Tony Carrillo, che ha anche un blog, oggi rivela di avere ricevuto questa lettera.

“Mi piaceva leggere i tuoi fumetti, ma ora ho perso ogni rispetto ed interesse a causa di un errore banalissimo davvero senza senso. Nel fumetto, una persona in un negozio di orologi sta restituendo un orologio a un cliente dicendo “Temo che l’orologio sia troppo danneggiato per essere riparato. Difatti, segna l’ora esatta solo una volta al giorno”. Quest’affermazione sarebbe vera solo se fosse un orologio elettronico che dice le 24 ore (come li usano i militari: le 6 del pomeriggio sono le 18:00 sull’orologio). Invece, un orologio analogico segnerebbe l’ora giusta DUE VOLTE al giorno. Questo mi fa persino ricordare l’indovinello “Cosa è meglio, un orologio che sbaglia di x minuti o uno che si è fermato?”. Ovviamente la risposta corretta è uno che si è fermato, perché segnerebbe l’ora giusta due volte al giorno. In futuro, per favore evita le incoerenze che sono scorrette o non collegate alla battuta del fumetto.”

Lascio il commento allo stesso Carrillo:

“Ho notato che quando qualcuno mi scrive solo per dirmi che faccio schifo e non sono divertente, non firma. Ma se mi scrivono per dimostrarmi la mia ignoranza, includono nome, cognome, titolo e indirizzo. Così posso scrivere una lettera di scuse e chiedere loro di farmi da maestro di vita.”

Categorie: Natura umana
Tagged: ,

Come fosse la prima volta

28 Settembre 2007 · 1 Commento

Oliver SacksHo letto con gusto “The Abyss”, una storia clinica di Oliver Sacks appena uscita sul New Yorker (online per tutti). Un passaggio in particolare mi ha colpito.

Il protagonista della storia è Clive, un musicologo e compositore inglese che soffre da oltre vent’anni di un’amnesia gravissima, dovuta a un’infezione cerebrale. Sacks segue il suo canovaccio collaudato: storia del paziente, incontro con lui, letteratura su quel tipo di deficit, conclusioni ragionate e aperte su cosa la storia ci insegna sulla nostra mente.

Sacks spiega che ci sono almeno quattro tipi di memoria, che risiedono in aree diverse del cervello:

(a) la memoria semantica, che ospita le conoscenze generali (”la Francia è in Europa”, “le automobili vanno a benzina”, ecc.);

(b) la memoria episodica (i fatti della nostra vita);

(c) la memoria implicita (le operazioni che automatizziamo e poi eseguiamo senza pensare, come suonare il pianoforte);

(d) la memoria emotiva (le reazioni a persone e situazioni che abbiamo già incontrato).

Clive ha perso solo alcune di queste capacità. La sua memoria semantica è in buona parte intatta, anche se Clive fatica ad accedere a molte informazioni. La sua memoria implicita non ha avuto danni (Clive esegue operazioni complesse e può impararne di nuove).

La sua memoria episodica invece è distrutta: Clive non solo ha dimenticato il passato, ma ha perso la capacità di ricordare eventi nuovi. O meglio i suoi ricordi durano pochi minuti, al termine dei quali gli pare di essersi svegliato da un sonno. Soprattutto nei primi tempi della malattia, le conseguenze su di lui erano devastanti. Per usare le parole di Deborah, la moglie di Clive:

“Era come se ogni risveglio fosse il primo risveglio. Clive era sotto l’impressione costante di essere appena emerso dall’incoscienza, perché non aveva alcuna evidenza nella sua mente di essere stato sveglio prima di allora… ‘Non ho sentito niente, visto niente, toccato niente, odorato niente’, diceva. ‘E’ come essere morti’.

La memoria emotiva di Clive è salva. Sacks riferisce che ciò accade spesso: il malato dimentica una persona, ma quando la incontra ha i moti di affetto, o di ostilità, giustificati dalle esperienze che ha vissuto con chi in quel momento gli appare uno sconosciuto. Alcuni psicologi credono che lo stesso fenomeno interessi i fatti della prima infanzia: li dimentichiamo, ma la memoria emotiva resiste e da adulti ci fa reagire a persone e situazioni in modi che ci risultano incomprensibili.

Questo mi porta al passaggio della storia che mi ha fatto venire voglia di scrivere questo post:

“Quando chiesi a Deborah se Clive sapeva del suo memoir [il libro che Deborah ha scritto sul marito, nota mia], mi disse che glielo aveva mostrato un paio di volte, ma che lo aveva istantaneamente dimenticato. Avevo con me la mia copia, pesantemente annotata, e chiesi a Deborah di mostrargliela di nuovo.

‘Hai scritto un libro’, gridò, stupito. ‘Brava! Congratulazioni!’. Esaminò la copertina. ‘Tutto da sola? Santo cielo!’. Eccitato, saltava dalla gioia. Deborah gli mostrò la dedica: ‘Per il mio Clive’. ‘Dedicato a me?’ La abbracciò. Questa scena si ripeté molte volte in pochi minuti, con quasi esattamente lo stesso stupore, ogni volta con le stesse espressioni di delizia e gioia.

Clive e Deborah sono ancora molto innamorati l’uno dell’altra, nonostante l’amnesia di lui (il libro di Deborah ha come sottotitolo ‘Memorie di amore e amnesia’). Clive la salutò molte volte come fosse appena arrivata. Deve essere una situazione straordinaria, pensai, disperante e lusinghiera allo stesso tempo, di essere visti sempre come una novità, un regalo, una benedizione.”

Le emozioni sono ciò che permisero a Clive di recuperare una parvenza di vita normale, anche grazie alla musica (il suo talento di musicista era intatto). Ma eventualmente vi leggerete il resto della storia da soli.

Categorie: Natura umana
Tagged: , , , ,