Ho letto una bella intervista di Alessandro Robecchi allo scrittore Pietro Colaprico. Mi sono piaciuti soprattutto i commenti di Colaprico sul giornalismo italiano di oggi; non che dica cose nuove, ma siccome ha fatto cronaca nera per vent’anni, il suo parere mi interessa di più che quello di altri.
Questa estate Garlasco sembrava Disneyland…
“Sì. Ma anche lì, in questi racconti, ci sono diverse tipologie. Ci sono i giornalisti esperti, mi ci metto se non altro per una questione di anzianità di servizio, di ore di volo, diciamo così. Cercano di agguantare una fonte credibile, di sapere le cose, non necessariamente per correre a scriverle, ma per capire prima cosa scriveranno. Poi ci sono i pittori, che raccontano il paesino, il bar, il sindaco, parlano col prete, disegnano il panorama, insomma. Poi c’è la firma. Di solito una penna che scende dall’empireo, non è mai stata sul posto, non ne sa molto, ma trae dal fatto di cronaca una visione del mondo: il settanta per cento di queste cose sembrano al cronista che sta sul posto delle poderose assurdità.”
Un bell’ambientino. E poi c’è la tivù.
“Esatto, poi c’è la tivù, che cambia tutto. Perché chi scrive fa davvero un altro mestiere. La tivù ha bisogno di immagini, le dichiarazioni dove compare la faccia sono rassicuranti e ovvie: “Li prenderemo”, “Il mio assistito è sereno”. Chi scrive, invece può parlare, chiedere, scavare un po’, raccontare meglio. Invece la tendenza dominante è che serve il primo piano del parente in lacrime, lo sfogo, il picco di ascolto, il racconto e il ragionamento non ci sono più. In questo modo si facilita una percezione irreale. Quello che più mi secca è che non c’è nessuno che dica, bene, invertiamo questa tendenza, ricominciamo a raccontare per bene le cose.”
