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“La donna birmana non si cura di dare agli uomini il tipo di trattamento rispettoso che li fa così felici”

Aung San Suu KyiAung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la pace del 1991, a proposito della tradizionale parità fra i sessi nel suo paese.

Ho letto la frase in un bell’articolo di Prospect (“Burma: feminist utopia?“).

Nell’Ottocento, le donne birmane sbalordirono gli amministratori coloniali giunti dall’Europa, abituati alle mogli sottomesse e convinti che in Asia lo fossero anche di più. Il che era vero in Cina o in Giappone, ma non in Birmania, dove le donne:

  1. erano sessualmente emancipate; in un rapporto del 1894, un amministratore inglese lamentava un’epidemia di relazioni extraconiugali fra gli ufficiali, dovuta “al grande fascino e alla libertà perfetta delle donne birmane, che non considerano queste relazioni vergognose”;
  2. contribuivano all’industria e ai commerci; ancora oggi, le donne birmane producono in media ben il 46% del reddito familiare; come paragoni, l’articolo cita gli Stati Uniti (40%), la Francia (39%) e la Svizzera (32%);
  3. combattevano nell’esercito, come gli inglesi scoprirono nella Prima Guerra Birmana, del 1824 (vedi quest’altro articolo).

Come sorse questa “utopia femminista”? L’articolo non lo dice, ma mi si sono drizzate le orecchie dove parla di matrimonio: nella tradizione birmana, la donna che si sposa conserva la proprietà dei suoi beni, non indossa anelli o altri segni di impegno, può divorziare senza giustificazioni, e dopo il divorzio ha diritto a metà dei beni acquistati dalla coppia durante il matrimonio.

In pratica, le donne birmane godono da sempre del regime matrimoniale che le donne italiane hanno da non più di trent’anni.

Aggiornamento (22.13): potrei avere tradotto male la frase, nel qual caso non sarebbe più la frase migliore che ho letto oggi. Mi spiace. I dettagli nei commenti.